Streaming cul ambre aphrodite

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Insere nunc, Meliboee, piroa, pone ordine vites. Ite meae, felix quondam pecus, ite capellae. Non ego vos posthac, viridi proiectus in antro, Dumosa pendere procul de rupe videbo; Carmina nulla canam; non, me pascente, capellae Florentem cytisum et salices carpetis amaras. Nell'animo del pastore scacciato a forza dalla sua terra e' è un senso di profondo dolore: Il soldato che 8' impadronisce di quei colti maggesi è empio, ma la cagione vera di tanto malanno non risale né alla di lui ingordigia e nemmeno ai capricci di chi regge lo stato: A che vale imprecare?

Il pastore presentisce l'immenso cordoglio che proverà nel separarsi per sempre dal suo gregge, dai suoi colli, e questo motivo ultimo di dolore egli ci esprime. Nella nona Ecloga c'è più movimento e maggior pas- sionata concitazione; d' altronde è vecchio P adagio che dice che il male altrui ci tocca meno del proprio.

Qui il poeta parla del pericolo che corse lui, del po- dere che gli fu tolto; il linguaggio del suo servo non è quello stesso che abbiamo inteso proferire a Melibeo. O Lycida, vivi pervenimus, ad vena nostri, Quod numquam veriti sumus, ut possessor agelli Diceret l haec mea sunt; veteres migrate coloni. La ca- gione del male non è la discordia civium cui han parte, quantunque in misura assai diversa, tutti i cittadini, ma la Fortuna che sconvolge ogni cosa. E se privo di ogni legittimità è il bene che tocca ora a quel qualun- que incursore, ladro delP altrui e nulla più , che a lui venga il malanno, quod nec vertat bene!

Questa forte intonazione non si prolunga nell'ecloga, anzi cessa con l'imprecazione, che è l'unica pronunziata, per dar luogo ad accenni sulla fuga del poeta, e quindi al resto del dialogo dei due pastori che al nostro ra- gionare non interessa.

Ma non è priva di avvedutezza d'arte tanta parsimonia di parole ad esprimere un sen- timento che rende di consueto artisti e non artisti alquanto loquaci. Non deriva da Esiodo alcuna gnomica intonazio- ne, non segue l'arte di Teognide, che unisce l' invettiva al desiderio di rivivere fra le operose occupazioni cam- pestri d'un tempo; non segue quella di Arcliiloco spo- stando o allargando i termini della realtà per derivarne situazioni d'animo o di cose impreviste- Nella sua poesia il nostro autore lascia immutati i contini del contrario evento che fa vibrare il suo estro: L'imprecazione consiste nella visione di alcuni picco- li quadri di paesaggio distribuiti in due sezioni, di cui una rappresenta il progressivo impoverire per siccità di tutta la campagna circostante e del campo del poeta in specie, fino al divampare di un incendio che di- strugge ogni cosa [v.

Consideriamo ciascuna di queste parti. Ricordiamo tutti il luogo dell'Ecl. Sed inremus in haec: Ispirato da amara delusione è un altro esempio che leggiamo in un' elegia di Ovidio Trist. I, 8, 1, sgg.: In caput alta suum labentur ab aequore retro flumina, conversis Solque recurret equis etc. Il nostro poeta dunque si è attenuto alla buona regola; e bisogna pur riconoscere che egli si proponeva, non già un' inezia, ma un ardimento coli' inveire contro l'usurpatore e le guerre civili, se Vergilio per aver detto quel poco che scrisse nelle Eqjoghe I e IX si attri- buiva più tardi l'aggettivo audax, Georg.

Carmina qui lusi pastorum audaxque inventa etc. Attribuiamogli inoltre il merito della discrezione per aver raccolto i suoi adunata in soli quattro versi, mentre Orazio ed Ovidio li distesero per più di dieci. Passiamo al primo nucleo. Vediamo con quale arte di ve- rosimiglianza e di colorito ce li rappresenti. Il primo contiene la visione della sterilità v. Trinacriae sterilescant gaudia vobis, Nec fecunda senis nostri, felicia rura, Semina parturiant segetes, non pascua colles, Non arbusta novas fruges, non pampinus uvas, Ipsae non silvae frondes, non fLumiha montes.

Rursus, et hoc iterimi repetamus Battare, Carmen. JjHteratio è anche una fine variazione del motivo o- riginario, da cui scaturisce ed è posto in rilievo un coefficiente prima sottinteso, ina ora non più perchè esso forma il punto di attacco con la seguente visione. La sterilità è compagna della siccità: Alla siccità prolungata sogliono tener dietro nella vita dei campi malattie e pestilenza, e il nostro prosegue, v. A questo punto il poeta, con apostrofe prolungata, — 16 — si rivolge alla selva attigua al suo campo: Eterei calori produrranno l'incendio, Giove stesso vi soffierà; è giusto e necessario che essa diventi uno strato di cenere: Iuppiter ipso, Iuppiter hanc aluit: Spiri allora Borea impetuoso e propaghi il fuoco distruttore alle viti, agli alberi, alle messi dell'attiguo campo, v.

Sic precor, et nostris snperent haec carmina votis. Solo per l'intendi- mento della parola qua e là c'imbattiamo in disagi nei quali non è estranea la corruzione manoscritta e lamentiamo sopra tutto che per essa i bei versi: Ma eccettuate le difficoltà di tal natura, ogni altra che si riferisca al- l' intendimento estetico della composizione e della con- nessione del pensiero, fin qui panni abbiamo superata.

A differenza del primo, esso non ha anelli di graduale svolgimento, non ci rappre- senta un'azione sola nei diversi momenti in cui si tra- duce in atto, ma quattro, che possono considerarsi co- me variazioni di un unico motivo che è Vinondazione. Migret Neptunus in arva Fluctibus, et spissa campos perfundat hareua. Quindi si delinea nella fantasia di lui la visione inondatrice, di colori tetri, materiata di onde travol- genti, di mostri nuotanti mentre Nettuno col tridente regna e dirige, e coi suoi gorghi orrendi il campo de- lizioso d' una volta rende temuta Sirti, lembo evitato dai nocchieri: Migret Neptunus in arva Fluctibus, et spissa carapos perfundat harena.

Nigro multa mari dicunt portenta natare, Monstra repcntinis terrentia saepe tiguris, Cum subito emersere furenti corpora ponto. Haec agat infesto Neptunus caeca tridenti Atrum convertens aestum maris undique ventis Et fuscum cinerem canis exhauriat undis: Dicantur raea rura ferum mare: La visione non potrebbe esser più vigorosa e il qua- dro più animato.

Se Nettuno resterà sordo ai suoi voti, possano i fiumi dargli ascolto, giacché anch'essi hanno forza d'i- nondare, v. Curcio — 2, — 18 — Flectite currentes lymphas, vaga flumina, retro, Flectite et adversis rursum diffundite campis ; Incurrant amnes passila rimantibus undis Nec nostros exire sinant erroribus agros.

Il primo verso ci porge l'immagine dei fiumi col quieto scorrere dell'acque, quando ad essi non è ancora giunta la parola di chi impreca; ma sotto l'azione di questa, ecco di nuovo si riversano rursum diffundite pei cara- pi che prima opponevansi al loro straripare campis ad- versis i nuovi corsi son divenuti amnes, circondanti cioè il campo usurpato, e privi di letto scavato scor- rono devastatori incurrant, cfr.

Praeoipitent altis fumantes montibus imbres Et late teneant diffuso gurgite carapos, Qui domini s infesta minali tes stagna relinquant, Unde elapsa meos agros pervenerit nuda. Pennellata di artista è la voce fumantes , né meno felice è gurgite che esprime ad un tempo ' acqua ' e ' gorgo ' che travolge dai monti giù per il piano, su cui stagna in palude. Ai due nuclei d'imprecazioni segue il commiato, un po' più lungo di quello che comunemente sogliono es- sere i commiati, ma non senza motivo.

Giacché esso comprende un lungo periodo in cui trova posto final- mente P espressione del dolore per la separazione da — 19 — tante care memorie, e il commiato vero e proprio che si distende ragionevolmente per soli sei versi.

Egli lega quest'ultima parte alle precedenti con un' apostrofe ai campi confiscati che non è mossa da per- sonale invettiva, ma reca piuttosto V espressione di dolore rassegnato, e il mesto considerare in quale stato si ritrovi dopo Y espoliazione sofferta, v. O-male devoti praetorum crimine agelli, Tuque inimica tui semper discordia civis!

Exsul ego indamnatus egens mea rura r eli qui, Miles ut accipiat funesti praemia belli? Hi ne ego de tumulo mea rura novissima visam ; Hinc ibo in silvas ; obstabunt iam mihi colles, Óbstabunt montes. En prima novissima nobis, Intuéor campos longum: Rura valete iterum, tuque optima Lydia salve; Sive eris et si non, mecum mórieris utrumque. Si disegna chiaramente nella nostra visione la vit- tima delle espoliazioni civili che dall' alto del vicino colle si volge a guardare il suo campo.

Ma non giova fermarsi a guardare, ei va via, supera altri colli, poi vicini monti ; i suoi occhi non più vedranno Y avito campo! Lo segue il suo — 20 — povero gregge: Hermann Gesammelte Abhandlungcn, , p. Egli credette che le i- niziali rosse del cod. Tentativo più equilibrato parmi sia stato quello di G. Eskuche 4 , che mosse dalla considerazione di ve- dere nel componimento svolte due imprecazioni fonda- mentali, la prima dell'incendio, la seconda dell' inonda- zione, seguite da un saluto di separazione, precedute da una strofe d'introduzione, chiuse da un'altra di com- miato.

Di modo che la poesia risulta costituita da cin- que parti, le cui due centrali, formanti i nuclei più larghi, suddivise ciascuna in cinque secondarie, nel se- guente modo: I proodus — II a.

Composition 4er Dirae, , e Val. Catonis quae feruntur Carmina ree. Catone d'eque DirU et Lydia carminibua f , p. Questa classificazione in alcuni particolari non "si so- stiene e risente la preoccupazione della sinnneÉriiV nella mente del critico, ma helle linee generali risponda 'M contenuto vero della poesia.

Anche i versi intercalari rispondono a tale divisione in gran parte: Ne son fornite le seguenti strofe 6. Ma analizzando ne ritrova altre, sicché giunge alla conclusione che la poesia ne contiene ottjp: Sciava Le Imprecazioni e la Lidia, Pesaro, I versi costitui- rebbero una pausa nel canto, un brano drammatico-nar- rativo, quindi non entrano nel novero delle strofi. E poiché noi abbiamo la seconda redazione del canto, e in essa vien mantenuta la stessa divisione di strofi che era nella prima!

Quindi per la sicura intelligenza di esso bisogna ritenerlo come una paren- tesi, e nell'ordine delle imprecazioni congiungere la set- tima all' ottava, saltando il nucleo posticcio.

Dobbiamo esser grati ai critici ricordati, perchè le loro ricerche ci ammaestrarono a risparmiare il tempo: Tal criterio di libertà è chiaramente manifesto nel- l'ecloga Lydia, che contiene tre ritornelli aggregati al- lo svolgimento di tre nuclei di considerazioni, ma tutta l'ecloga non contiene tre nuclei soltanto.

Bono esagerazioni che nessun lettore vorrà accoglie- re le distribuzioni proposte dal Goebbel e dal Ribbeck, il quale ultimo divideva in questo modo: Seguendo lo svolgersi dei pensieri nell' ecloga, non riesce difficile notare in essa una parte prima v.

Due soli aggettivi ricorrono più volte: Notevole pure il frequente uso di fundo con mal ce- lata, industria di differenziare: Con varietà è anche trattato il sostantivo, e le poche ripetizioni che occorrono sono a discreta distanza, in modo da evitare quel senso di stanchezza monotona che suol produrre nei versi la povertà lessicale. Il nostro poeta, trovatosi nella circostanza di dover esprimere più volte lo stesso concetto di 'campo'.

Al Naeke parve che le ripetizioni delibi stessa voce fossero ingenuo indizio di arte arcaica. Egli pensando che furono evitate con somma cura da Vergilio e da Ovidio concluse ,. Si spieghi comunque si voglia il fenomeno della ri- petizione, è da augurarci non torni più in onore quel criterio critico pei testi classici che mosse illustri filo- logi di tempi scorsi a ridurre ad insensibili proporzioni tale fenomeno col mezzo della correzione. Supèrfluo avvertire che vi son casi che non assomigliano ad alcuno di questi tipi, cóme quelli segnati nel voi.

E in questo che veniamo esa- minando è da lamentare Y abbondanza degli esempi, piuttosto che la scarsezza. Infatti non considerate le apostrofi a Battaro che son propriamente ritorni di una prima che è dedicatoria, molte son quelle cui il poeta ricorre nello schianto della separazione.

Alcune son li- mitate ad un solo sostantivo, altre distese ad uno o due versi, ed una fluente per quasi una strofe intera; v. Litora 61 nauta 63 Neptune 67 vaga flumina 82 agelli 83 discordia 89 tura capellas Dopo V apostrofe son da ricordare due uuclei di adunata, di cui abbiara fatto discorso nel primo para- grafo, collegati nel verso con quasi i medesimi nessi adoperati da Vergilio nella Bucolica: Non è frequente Y anadiplosi: Questa fi- gura che fu prodotta nella poesia latina, coiu'io penso, dal desiderio d'introdurre nel verso suoni più dignitosi, venne in onore al tempo di Catullo e più ancora in quello di Vergilio; prima di essa imperava come orna- mento fonico Vomeoteleuto nel corpo di un verso, o fra due consecutivi, e Valliteratio.

Dell'una e dell'altra non mancano esempi in questa poesia: Notevole in questo idillio qualche arditezza di frase: L'aggettivo è trattato con lodevole abbondanza, sen- za ripetizioni, se si fa eccezione per dulcis v.

Si potrebbe dire lo stesso perii sostanti- vo, se non arrecassero una certa pesantezza le voci amor, dolor col loro frequente ritorno, insieme ad altre espressioni: Vedi anche per la voce amor ai v. Ma in una poesia di lamento amoroso è da prevedere il frequente ritorno di tali vocaboli. Notevole un feno- meno metrico: Alcuni se ne trovano, ma comuni quasi a tutti i poeti latini: Accarezzata è invece dal poeta V iperbole ; quale amante poeta del resto non Plia prediletta?

Ne leggiamo una nel v. Una seconda iperbole troviamo nel v. Abbiamo detto che il componimento contiene tre ri- tornelli; aggiungiamo ora che in essi è sempre variata la chiusa: Il legame che unisce non pochi versi di questi due componimenti con luoghi di Catullo e di Vergilio, e forse pur con alcuni di Lucilio, parrebbe a prima vista potesse fornire materia importante per la soluzione dell' incognita intorno all' età in cui visse Fautore.

Ma ponderati bene i diversi elementi, se ne trae un risul- tato assai magro. Non sarà tuttavia inutile porre sotto gli occhi del lettore tali raffronti x. Hic sunt herbae, quas sevit Iuppiter ipso Dir. Iuppiter ipso, Iuppiter nane silvani aluit Lucil.

Multa homines portenta in Homeri versibu' ficta Monstra putant Dir. Nigro multa mari dicunt portenta natare Monstra Il primo raffronto ci dice che i due autori ebbero quasi lo stesso pensiero; il secondo che adoperarono n il medesimo nesso ' multa LXIV, 14 Emersero freti canenti e gurgite vultns Dirae 57 Cum subito emersero furenti corpora ponto 1 Per la redazione degli elenchi seguenti mi sono avvalso in particolar modo delle monografie di G.

Jahn Die art der Abhàngigkeit Vergile von Theocrit und anderen Dichtem, Berlino che raccolsero i raffronti segnalati prima di loro, ed altri ne notarono. Io ho ri- portato solo quelli "che mi son parsi evidenti o probabili. LXV 10 Nunquam ego te, vita frater amabilior Aspiciam posthac.

At certe se m per amabo, Sem per maestà tua carmina morte canam. Gaudi a semper ouim tua me memiuisse licebit. LX1V 22 O nimis optato saeclorum tempore nati Heroes, salvete, deum genus, o bona matrum Progenies, salvete itermn -. Infelix ego, non ilio qui tempore natus, Quo faci li s natura tuit.

Sors o mea laeva Nascendi mi erumque genus, quo sera libido est. Ma clii dei due ha imitato V altro 1? Io non so dirlo, giacché nei singoli versi non riesco a vedere indizi sicuri di anteriorità. Ante lupos rapient haedi, vituli ante leones, Delphini fugient pisces aquilae ante columbas e te. I Ante leves ergo pascentur in aetere cervi, etc. II, 5 Dirae 12 Non arbusta novas firuges, non pampinus uvas Georg.

IX, 20 Spargeret, aut viridi fontes induceret umbra. O Lycida, vivi pervenimus, adrena nostri Quod numquam veriti sumus ut possessor a gel li etc. Hinc ibo At nos hinc II, O fortunatos nimium, sua si bona uorint etc. Mollia prata Et gelidi fontes Ecl.

X, 43 Hic gelidi fontes, liic mollia prata Non é agevole scoprire indizi di anteriorità delPun Ecl. Y, 44 Dirae 42 Ecl. I, 74 Dirae 80 Dirae 83 Ecl. I, 71 Dirae 85 Ecl. I, 70 Dirae 87 Ecl. I, 64 Dirae 92 Ecl. I, 77 Dirae 89 Ecl. I, 3 Lydia 9! Negli altri luoghi somiglianti non riesco a vedere caratteri cronologici sicuri, o probabili.

Vergilio si serve di alcune frasi e di alcuni nessi che leggiamo anche nelle Dirae per arrotondare imita- zioni teocritee 2 ; l'autore delle Dirae alla sua volta non ha espressioni vergiliane in cui si possa constatare co- noscenza o comunione con luoghi di Theocrito. Ritenere dunque l'Autore delle Dirae quale imitatore è quasi un assurdo, per conseguenza avrà attinto da 1 Op.

Proporzione di dattili e spondei. Nei centotre versi delle Dirae, e propriamente nelle prime quattro sedi abbiamo Negli 80 versi della Lydia contiamo dattili e spondei; i cominciamenti dattilici sono 51 gli spon- diaci Abbiamo dunque la stessa misura e propor- zione che nelle Dirae. Notiamo, perchè degne di attenzione, quattro cesure; di tutte le rimanenti non ci occupiamo perchè conformi alle leggi della versificazione di ogni età.

Le quattro cesure sono xaxà TéxapTov Tpoypfiov, rarissime a trovare nell'età di Vergilio e dopo di lui; forniscono dunque un indizio cronologico non trascurabile. Due si trovano nelle Dirae, v. Anche riguardo alle elisioni soprassediamo di notarle tutte, ritenendo dover fermare l'attenzione dello studioso su quelle che meno comunemente ricor- rendo presso i poeti latini, contribuiscono a dare ai due componimenti carattere di durezza metrica, la quale è indizio di poca signoria dell'arte del verso o dell'età in cui visse l'autore.

Chiuse di esametro; versi spondaici. Il verso, per que- sto particolare coefficiente artistico, è più limato nelle Dirae che nella Lydia: Attributo e sostantivo nel verso. I ]; abbiamo dunque nelle Dirae: A 8 coppia semplice: J Coppia duplice ridondante: Exsul ego indemnatus egens mea rura reliqui.

Il verso costituisce un caso raro. Fatta la somma, troviamo che Fautore delle Dirae è poeta abbondante di aggettivi; e V opulenza sua dimo- stra nel collocare V aggettivo in quei posti del verso, che meglio rispondevano alle esigenze dell' arte cfr.

A8 , come pure nelP adoperarlo con esuberanza, avendo costruito sette versi in cui ne at- tribuisce due per ogni sostantivo. Identici caratteri troviamo nella Lydia, in cui leggiamo: Essendo costruiti gli esametri con la stessa arte, non necessariamente, ma verosimilmente siamo indotti a ritenerli opera del medesimo artista. La prima delle due sospettata da Cinzio Gyraldi, ripresa e sostenuta dallo Scaligero, fu quindi accolta da molti critici ed editori, che non saprei numerar tutti; certo fra essi militarono il Pithou, il Boxhorn , il Dilherr, — 40 — V Arnold, il Burmann Sec, FHeins, il Wernsdorff, il Naeke, il Eibbeck.

Haupt, il Keil, il Bahrens. Ipse libello, cui esttitulus IndignatiOy ingenuum se natum ait, et pupillum relictura, eoque facilius licentia Sullani temporis exutum patri- monio. Cato grammaticus, Latina Sireu, Qui soltis legit ac facit poetas.

Scripsit praeter grammaticos libellos etiam poemata, ex quibus praecipue probantur Lydia et Diana. Lydia doctorum maxima cura liber. Saecula permaneat nostri Diana Catonis. Vixit ad extremam senectam etc. Ma si è osservato che Fautore delle Dirae ci dice v. Il tratto di unione non è certo agevole, dopo le os- servazioni che il Xaeke, fpag. E contro tale procedimento egli si difese posteriormente, con la In- dignatio, in cui affermava e fors' anche dimostrava es- sere di origine libera.

Svetonio ricorda altre poesie di Catone col titolo di Lydia e Diana. Col nome Lydia, secondo suona il ver- so di Ticida, pare s' abbia da intendere un libro di poesie, non una sola poesia, probabilmente allo stesso modo del primo libro di Properzio, che correva allora cól titolo Gyntia monobiblos. Contro questa obiezione — 42 — si è opposto potersi ritenere che gli ottanta versi che ci sono stati conservati, e che evidentemente parlano di Lydia, facevano parte del libro ricordato da Svetonio.

Frattanto a vincere gli ultimi seguaci della tradizio- ne manoscritta, secondo la quale le due poesie erano attribuite a Vergilio, si è venuto analizzando lo stile, e la metrica di esse. Aveva già scritto lo Scaligero, nel- la sua prefazione alle Dime: Hoc dico, non quod malus fuerit poeta Val.

Giunti alla conclusione che le Dime e la Lydia non siano opera di Vergilio , riman questo partito: Muovere alla ricerca di altro nome è presso che fatica varik. Bah- rens le ritenne esercitazioni poetiche di un imitatore di Catone [P. Goebell, 3 se- l Catulli Tibulli Properti Carni. XLII, ma prima in De r.

Sonntag l le credettero scritte nell'età di Lucano! In conseguenza di tanta molteplicità di opinioni, anche nelP identificare la spartizione di terre, contro cui impreca V autore delle Dime, si ha diverso avviso.

Naeke con una congerie di os- servazioni, con cui costruisce, attingendo a Svetonio e alle poesie di cui trattiamo, una biografia di Catone, cementata di ipotesi [nel suo commento la Diss. II è intitolata ' Vita Catonis et scripta 7 ] ci dice che non possiamo sapere in quale anno sia nato Catone, pag.

Egli tuttavia non legge nelle Dirae significata la presa di possesso delle terre del poeta, ma lo sdegno per il prossimo pos- sibile 'avvenimento ' itaque, hic for tasse inanis timor fuit, et fortasse numqùam pedem fixit miles in agro Catonis ' pag. La maggior parte dei critici ed editori recenti, il Teuffel, il Eibbeck, il Eeitzenstein [cfr. C, e ad Ottaviano, pensa il Eeitzenstein, si rife- rirebbe la voce Lycurge delle Dirae! C; all'anno 34 a. Questi due critici, coni' è agevole argomentare, 1 Ueber die App.

IV 3 interpreta che il campo fosse posto tra Ei- mini e Eeggio. Il che esclude le spartizioni del 41, del 37, del Hermann 3 fu d' avviso appartenessero a due autori, e 1' opinione fu accolta dal Eothstein [Hermes 23 pag. Pompeo viveva in Sicilia, laddove la Lydia deve considerarsi posteriore alla pubblicazione delle Georgiche, perchè contiene i- mitazione di un verso della Georgica II, o fortu- nat08 nimium, sua si bona norint agricolas nel v.

Circa un decennio dunque separerebbe i due componimenti. Se questi fos- sero di un solo autore dovrebbero avere 1' opposto or- dine cronologico: Prima contili et devotum Carmen etc. Secunda tota ad amasiae Lydiae a- missionem speetat. Contro questo avviso separatista V Bskucbe [op. L'opinione antica si appalesa tutt'ora, secondo pen- siamo noi, come la più probabile. La tradizione manoscritta ci trasmise non soltanto accop- piati, ma fusi insieme i due componimenti. Attribuirli a due autori è lo stesso che tra- 1 Alcuni raffronti sono felici: Besta a vedere quale dei due componimenti sia an- teriore alP altro.

Il quesito non ha grande importanza, se si accolgono le soluzioni proposte da noi ai precedenti, connessi con questo. Ammesso che il nostro autore sia vissuto ed abbia scritto prima di Yergilio, e che le due poesie appartengano a lui, è proprio indifferente che Puna del- le due abbia preceduto l'altra.

La Lydia delPecloga sarebbe naturalmente la stessa Lydia ricordata nelle Dirae, in cui non dice che si separa per sempre da essa, v. Rura valete iterimi, inique optima Lydia salve; Sive eris et si non, mecum morieris utramque. In altro tem- po dunque P autore delle Dirae potè poetare di amore e della donna sua.

Per le Edizioni di tutte le Opere di Vergilio cfr. Carmina Valerii Catonis cum A. Naekii Annotationibus cura L.

Petry Quaestiones criticae ad IHras et Lydiam pertinentes. Mo- nasterii N. I Miscellanea 1 e 9. Sui due poemetti JHrae e Lydia in c Riv. Abruzzese di Scienze Lett. Ellis Oh the Culex and other poema of the App. Il nome ricorre ai v. Questi inducono a pen- sare si tratti di persona od essere cui il poeta confida l'amaro cordo- glio e insieme le imprecazioni con- trol' usurpatore del campo, anziché di eco o di animali. Il nome che prima si leggeva solo in questa poesia, ritrovasi anche nel mimo II di H eroi da, che 1' attribuisce G.

Vedi anche, per cu- riosità, la spiegazione contenuta negli scholii boccacceschi. Avea altre volte pronunziato im- precazioni, e per lo stesso motivo v. I casi del poeta sono ignorati. Perchè avea imprecato una prima volta contro i suoi campi?

Montibus et silvis dicam tua facta, Lycurge, eh 4 rapiant edi vitulique A rapiant aedi vitulique ante D edi C q; edi vituli ante leones L m. I del- fini inseguono e divorano i pesci minori. L'IIcius corresse ouncta e fu seguito dal IJahrens; la cor- rez. I, 8, 1 sgg. V, 3, 39; Metani. IV 22; Seneca Oed.

Altri meno eruditi e più nel vero intendono sia il nome del veterano; altri fon- dendo le due interpretazioni, pen- sano sia significato il soldato usur- patore per mozzo del nome del mitico re. Catullo e il poeta dei ' Catalepton ' non sen- tirono il bisogno di travestir sem- pre o celare il nome della per- sona contro cui scagliavano i loro giambi; lo avrebbe iuteso invece Fautore di queste imprecazioni?

Non e necessario attendere il par- ticolare ricordo degli empi fatti, e notare quindi che esso poi man- ca in questa poesia; l'espressione — 61 — Impia. Trinacriae sterilescant gaudia vobis, Nec fecuuda, senis nostri felicia rnra, 10 Semina parturiant segetes, non pascua colles, Non arbusta novas fruges, non pampinus uvas, Ipsae non silvae frondes, non flumina montes.

Eursus, et hoc iterum repetamus, Battare, Carmen. Ma se si ritiene, come facciam noi, che la voce gaudia non sia integrata dal genit. Ma il consenso dei mscr. Nel verso seguente è mutata la disposizione, i due co- lon essendo terminati dai comple- menti diretti; il terzo veiso, che chiude l'enumerazione, riprende la disposiziore contenuta nel primo, e un coefficiente di armonia di verso, la rima che lega i due co- lon: È una iteratio della pri- ma imprecazioue, ma è posta in rilievo la siccità, compagna della sterilità.

Il Wernsdorif inten- de 'quae defrugant segetem'. È 62 — Pallida flavescant aestu sitientia prata, Immatura cadant ramis pendentia mala, Desint et silvis frondes et fontibus umor, Nec desit nostris devotum Carmen avenis. Qui egli si rivolge agli usurpatori: Gli scrittori non attribuiscono sostanziale differenza all'uso del plurale e del singolare di questo sostantivo — desit devotum carmen etc.

Nota l'antitesi desint v. Secondo nucleo d'impre- cazioni con cui è fatto l'augurio che alla sterilità e alla siccità segua la pestilenza.

Venere qui ricor- data come simbolo del ritorno della vita nei campi, della Pri- mavera. I fiori primaverili ador- nano i campi; quelli estivi ed autunnali sbocciano in giardini e serre. Duleia non oculis, non auribus nlla ferantur.

Sic precor, et nostris su perent haec carmina votis. Il primo tipo e costituito dal v. Terzo nucleo con cui e au- gurata la distruzione della selva, della vigna, delle messi per mezzo di un incendio sceso dal cielo. Non poche sono state le correzioni della voce tun- demus dei mscr.

A noi è parso che la lezione ricavata da Al sia da preferire a tutte le correzioni proposte. Voi, alberi, in- vano foste amorevolmente educati dall'antico signore; ora, per le imprecazioni che egli fa, bru- cerete per fiamme celesti, piut- tosto che cadere sotto il ferro di quel barbaro.

Abbiamo accolto la correzione love proposta da Mae- hly e dal Haupt, senza la pre- poa. Lo stesso uso, di ahi. I, 6, 1; Ep. I, 1, 94; 19, 13 e in altri posteriori. Schmidtii scripsi discet Eskmhius, ut Liiim. Bella que- sta immagine del piccolo bosco in fiamme, splendente nel cupo aere, cyaneo ' fosco ' da xuàveoc.

La voce latina comparisce qui la prima volta, poi in Plinio X, 47, 1, e in qualche scrittore cristiano. Il quale in Lyd. Sic precor, et nostri s superent haec carmina votis. Non raramente tro- viamo presso i poeti con diffundo il dat. XI latis diffundite campis. II coluber mala gramina pastus.

Ma panni sia anche buona variante la lezio- ne di A paxtos: Tristius hoc, uiemini, revocasti, Battare, carinen. Nigro multa mari dicunt por tenta natare, 55 Monstra repentinis terrentia sa epe iignris, Oum subito emersero furenti corpora ponto.

Haec agat infesto Neptunus caeca tridenti Atrum convertens aestum maris undique ventis Et fuscuin cineretn canis exhauriat undis: Conside- rando che le Syrti africane son due, il poeta avrebbe dovuto au- gurare la terza nel posto in cui era il suo campo.

L'espressione soror altera nell' intenzione dello autore sarà forse da intendere in questo modo, che una delle due Syrtes era da chiamare soror prior e questa nuova soror altera. Il significato della parola è vario, secondo quello che si attribuisce a Battare cui è le- gato.

Esprime anche il ripe- tere un detto o un fatto, e in questo caso il pensiero contenuto nel verso sarebbe: Ma la personalità di Battaro rimane sem- pre un'incognita! Raro è l'uso tran- sitivo di emergo, come in questo verso; nei lessici trovo registrato soltanto un esempio di Manil. Qui, come nel v. Nam tibi sunt fontes, tibi semper fluuiina amica.

Flectite currentes lymphas, vaga flumina, retro, Flectite et adversis rursum diffundite campis; Incurrant amnes passini rimantibus undis cauis exauriat L 61 ferrum A 63 neturne A noptune C tuis O tuas corr. Ci- cerone De Ora't. Gli antichi rappresentavano i fiumi e le divinità fluviali fa- cili all ; ira; cfr. L'El- lis vorrebbe leggere ' nihil est quo pergam ulterius.

Emanent subito sicca tellure paludes Et inetat hic iuncos, spicas ubi legiinus oliin, Occupet arguti grylli cava garrula rana. Tristius hoc rursum dicit mea fistula carnien. B contiene servire con tentativo del primo amanuense di correggere exire f e di mano posteriore sopra- scritto exire.

Domanda pure se erronibus possa considerarsi voce classica. Tali gravi considerazioni m'indussero a mantenere la lez.

La voce occupet si- gnifica genericamente 'occupare' ' invadere ' un luogo, un posto; il poeta vuol significare il tra- sformarsi del campo coltivato, in palude, e si serve di due imma- gini viventi fornite dall' uno e dall'altra, il grillo e la rana, sen- za sottilizzare intorno alle dimen- zioni dei due animali. O male devoti jnae tortini crimine agelli, Tuque mimica tui semper discordia civis! En prima novissima nobis, Intueor campos longuni: Enra valete iterum, tuqne optima Lydia salve; 95 Sive eris et si non, mecum morieris utrumque.

Extremum Carmen revocemus, Battare, avena. Dnlcia amara prius fient et mollia dura, Candida nigra oculi cernent et dextera laeva, Bàhrens. Il gregge se- guiva l'antico padrone, che dal colle non sa finir di guardare il perduto campo. Il poeta ha imprecato nei versi precedenti l'inondazione; ora, guardando i campi da lon- tano, si compiace nella sua visione che il vortice delle onde minac- ciose resti a lungo su di essi.

Accolgo l'interpretazione propo- sta dal Wernsdorff: X 19 [in questa collezione, voi. Quamvis ignis eris, quamvis aqua, semper amabo: Gaudia semper enim tua me meminisse licebit. Il poeta è seguace della teoria atomica, la quale riconosce- va resistenza di diverse specie di atomi, che mai confondevansi fra loro; ogni specie dava origine col continuato moto ad un particolare elemento dell'universa materia. Scholi l alle Dirae contenuti nel Laurénziano 33, Ideo autem Bactarus d ictus a Bactaro quodam rege orientali qui de Scithia expul- su8 una cura gente sua iuxta predictum fluvium consedit.

Ideo autem Bactarum in hoc opere induxit Virgilius eo quod sicut ille explusus fuit de agris suis et mutavi t sedes, ita et Virgilius perdi ti 8 agris Romani accessit, ubi sedem et mansionem elegit. Ad hoc respondet Vergilius et dicit: Dicit hic quod non habet quid ulterius perdat, unde in- vocat Ditem, idest Plutonem, dicens: O Dis, flecte nymphasla- bentes et flecte retro labentia flumina et diifunde illa campis nostri s et annes, nec permittas campos nostros exire eorum fines.

Conqueritur quod exul et egeus relinquit agros suos da- tos iam militi, in premium belli, et quod si voluerit ire revi- suros campos et silvas, milites obstabunt et domini, et quod solum licebit sibi audire mentionem agrorum. Invideo vobis, agri formosaque prata, Hoc formosa magis, mea quod formosa puella Est vobis: L'aggettivo del primo verso ha suggerito in questo la compiacente ripetizione. Vestra, quia absum '. Con questo si- gnificato e con valore transitivo lo trovo adoperato nella poesia augustea, prima d'allora è costan- temente d'uso intransitivo.

Comu- nemente non per questo i poeti idillici invidiano- il prato , ma perchè su di esso cammina l'agile piede, o il bel corpo della donna amata. O fortunati nimium multumque beati, In quibus illa pedis nivei vestigia ponet Àut roseis digiti s viridem decerpserit uvam Dulci namque tumet nondum vitecula Baccho Aut inter varios Yenerem stipantia flores 10 7 et interea mibique A interea O inter vos Ribbeck. Quest' ecloga dunque farebbe parte di una raccolta, ormai perduta, di canti ed elegie d'amore del nostro ignoto poeta?

Lydia di consueto meditatur e. A torto s'avvisarono il Ribbeck e il Bàhrens di correggere questa parola, che sta tanto a proposito.

É il motivo comune del niveo pie', del candido sen che preme il suolo, etc. Si trattava dunque di uva primaticcia ' uva lugliolina ' se il resto delle viti non vantava ancora V onor dei sui grappoli. At male tabescunt morientia membra dolore Et calor infuso decedit frigore mortis, Quod mea non mecum domina est.

Non ulla puella Doctior in terris fuit aut formosior; ac si 25 Fabula non vana est, tauro love digna vel auro re 14 declinarit BA re clinarit C declinarit L corr. II et omnes fere editi. Tibullo II, 5, 53 concubitusque tuos furtim. Felix taure, pater magni gregis et decus! Sive petis montes praeruptos, saxa pererrans, Sive tibi silvis nova pabula fastidire Sive libet cainpis: Et mas quieumque est, illi sua femina iuncta 35 Interpellatos numquam ploravit amores.

Veneta et poster. Ver- suggerito al poeta lo svolgimento so spondaico, e non il solo nel- dei versi Il si- 29 vaccula diminutivo di conio gnificato che bisogna attribuire catulliano; lo troviamo adoperato al verbo è un po' recondito. II al 35 UH sua femina iuncta, sott. Di altri diminutivi il poeta ' semper est ' e per il collega- si compiace fare uso ai v. Il nostro autore vano, muggiti di dolore '. Luna, dolor nosti quid sit: Phoebe, recens in te laurus celebravit amorem , Heinsius 40 phoebe currens atque aureus orbis O iuque vicem Phoebi currens argenteus orbis Naekius inque vicem Phoebe, cut est Aetolius heros Jaeobus Phoebi currus fugat aureus orbis Bib- beck.

Phoebus currens cadit aureus undis Bàhrens. Phoebi currens cadit aureus orbis Bothsteinius Phoebi currens abit a. Ma il campo è quello stes- so che poi gli fu tolto, o un altro! Nel primo caso l'idillio è ante- riore alle Dirae, nel secondo po- steriore. E nota l'indeter- minatezza delle voci significanti colori presso i latini— pallida do- po viridem produce contrasto di colori, cfr. Esprime con un nuovo con- cetto la stessa determinazione di tempo voluta significare col verso precedente: Il verso è stato variamente emen- dato; ma abbiamo preferita la cor- rezione proposta dall' Eskuche.

Da questa separazione pare che il poeta derivi la notizia del dolore soiferto dalla Luna. Semper habebunt Te coma, te ci- tharae, te uostrae, laure, phare- trae etc. Omnia caelestes secum sua gaudia gestant 45 Aut insparsa vident murido, quae dicere longum est. Aurea quin etiam cum saecula volvebantur, w. Phebe gerens in te laurura amores Li 44 et quae B et que C nisi BOLL 1 - non D silvis O et quem nympha deum, nisi ludis, fama, socuta est Putschius et quae pompa deum non signis furta locuta est Schopenus et quae pompa deum non Bignis facta locuta est Jacobus et q.

Veneta Scoti 45 omnia vos estis O L supra vos 8crips. Bahren- siana scribere vult et in hoc versu omnia vos nostis hac significatane: Come te e rese celebre il tuo amore '. Pan, nel rac- era dio della solitudine campestre, conto di Ovidio Mei. Il poeta volle significarci: Quest'allusione mi- la siringa; tutti i celesti hanno — 73 Condicio similisque fuit mortalibus illis. Ausus ego primus castos violare pudores Sacratanique uieae vittam temptare puellae Immatura inea cogor nece solvere fata!

Sabinue tentare C 55 immatura meae quoque nece in marg. É noto che gli antichi credevano come ogni uomo nascesse sotto l'influsso di nna stella da cui traevano pre- destinazione a buona o a cattiva sorte. Quella di Minosse fu di a- vere una figlia Ariadne, che a- vrebbe offerto a Teseo il modo di uscire dal Labirinto dopo ucciso il Minotauro e l'avrebbe poscia seguito. Parrai che il poeta non sia stato felice nell' addurre questa leggen- da come esempio della ininterrotta unione di duo cuori amanti nell'età eroica.

Non mea, non nllo morcretur tempore fama, Dulcia cum Veneris furatus gauclia primus Dicerer atque ex me dulcis foret orta voiuptas. Ho corretto sui lontananza di Lydia. O- il suo furtivo amore'. Il nostro riginale questo desiderio d' im- autore, poeta dotto, si riferisce ad mortalità.

Tum credo fuerat Mavors distentus in arinis; Nam certe Vulcanus opus faciebat, et ille Tristi turpabatque mala fuligine barbam.

Kon Aurora novos etiam ploravit amores Atque rubens oculos roseo celavit amictu! Adoni vel ephebo et quocum tenera Putschius et mare cum tenero Lachmannus et Ribbeck. É da riferire a Venere o ad Adone? Ma più felice ancora mi è parsa la cor- rezione proposta dal Petry, che ho accolta, perchè muta solo UH in ille ed il senso corre chiaro ugualmente 4 e insozzava la sua barba di nera, indecorosa fulig- gine '. Per l'uso di et at ille in fine di verso riferito a nome proprio precedentemente espresso, è quasi superfluo citare luoghi somiglianti di altri poeti; cfr.

I, 20, 49, Ovid. I , X Per lo spostamento dell'enclitica que cfr. I 3, 56 sgg. Naturalmente Aurora avrà pianto la morte del disgraziato, quantunque infedele amante. Sors o mea laeva Nascendi miserumque genus, quo sera libido est! Fata mea e vitae eur sic fecere rapinam, XJt maneam, quod vix oeulis cognoscere possis? Ho preferito la con- mini dell'età dell'oro? Il Nake alla sua 79 meae vitae fecere rapinam etc. È appena il caso di ricordare che i diversi generi poetici sono appunto diversi, perchè attingono materia ed ispirazione dalla varia realtà della vita, dal patrimo- nio di sapere scientifico o religioso creato e tramandato dal pensiero umano attraverso i tempi, dalla fantasia dell'artista.

La materia è trattata alla sua volta secondo che essa fa vibrare la nota epica o la tragica, V elegia- ca, o la satirica, la comica , o l'idillica ; e la meta cui mira V artista è più varia ancora, anzi con rigore di giudizio essa, più che varia, è personale.

Ogni artista, scriva in prosa o in verso, mira a sollevare quelle sen- sazioni estetiche, a suscitare nell'animo del suo lettore quelle considerazioni che egli vuole si sollevino, e per cui si crede adatto. Non troverai nei miei versi Centauri, o Gorgoni, od Harpiej apprenderai a conoscer l'uomo, dai versi miei '. Ed ai giorni nostri il peso del giudizio del grande epigrammista latino è reso formidabile da alcuni coefficienti del tutto moderni: Ma è ufficio del filologo far rivivere costui, almeno per poco, nell'ambiente d'arte in cui si formarono i poemetti mitologici, perchè egli sia in grado di comprendere e valutare quei pregi pei quali essi vennero lodati da quella schiera di contempo- ranei che tal genere di poesia apprezzava.

E e osi, come non son tutte spine i cespugli che cre- 1 Cicerone De Orat. I primi apprezzano l'epigramma, la satira, la poesia drammatica e il resto non ascrivono fra le vere produzioni artisti- che; i secondi trovan nei tipi leggendari maggior bel- lezza perchè materiati di umano, ma superiori alla real- tà mediocre; nelle vicende strane un' atmosfera di fantasia, necessario alla vita di esseri superiori; e in- fine nelle virtuosità erudite e tecniche il cemento aristocratico dell'insieme, il tocco sentito dagl'iniziati, muto per il volgo profano.

Guscio— 6, — 82 — Questa specie di poesia a volte si lasciava prender la mano dall'erudizione, ma si scuoteva tosto, e senza passaggi o nessi di transizione, diveniva drammatica nel racconto di un caso pietoso. La miscela deliziava il lettore antico iniziato. Vergilio nell'Ecloga VI col canto di Sileno ci mostra che appunto in quel campo, come in quello filosofico e scientifico, avea fatto non poche letture traen- done spunti di narrazioni in pochi versi, accenni con un sol verso, reminiscenze ed imitazioni non prive di caratteristiche del suo talento poetico.

D'altronde Catullo sedea fra i grandi, Calvo con VIo, Cinna con la Zmyrna aveano acquistato celebrità, forse alla stessa famiglia apparte- neva il Gryneum di Gallo, per cui tanta lode Vergilio tributa all'amico x. Non è temerario il pensare che il maggior poeta epico di Roma sarebbe stato scrit- tore di piccole epopee mitologiche, se l'amicizia di Mecenate e d'Augusto non lo avesse spinto a più e- levate visioni di poesia nazionale. His adiungit, Hylan iiautae quo fonte relictum clamassent, ut litus ' Hyla Hyla ' omne sonaret; ora, con ben altri sensi, scrive, v.

Cui non dictus Hylas puerf Non ebbe la stessa fortuna, come non ebbe lo stesso ingegno, Pautore ignoto della Giris: Era in voga il poemetto mitologico e la metamorfosi, perchè non seguirla 1? Scylla è Peroina, la passione per Minosse, e Pinu- mano castigo che ne ritrae con la trasformazione in CiriSj ne è Pargomento.

Ma prima di dar principio alla narrazione, il poeta dice al mecenate cui lo dedicava, che s'era consacrato alla filosofia, e che licenziava Pepillio solo perchè da più tempo vi avea intorno lavorato e non avea voluto la- sciarlo a mezzo.

Ma non è il primo che im- prenda a verseggiarlo; e per giunta i poeti han rap- presentata l'eroina e la sua trasformazione in maniere diverse.

A questo punto invoca le Muse v. Nella città di Megara fiorente regnava Niso, padre felice di un'ambita figliuola, Scylla. Venne Minosse e la cinse d'assedio.

Niso e i suoi sudditi non lo temevano, giacché egli avea sul capo un riccio di purpurei capelli, se- gnacolo d'immunità del suo regno da qualsivoglia forza nemica, secondo la predizione dell'oracolo.

Ma Cupido che ai danni dell'uman genere attende, accese d'amore la vergine donzella per Minos; la fiamma la strugge; ne sconvolge il cuore e la mente; nel delirio di amore Scylla divien forsennata [v.

E già notte; per la magione di Niso il sonno e la quiete regnan sovrani, quando l'infelice donzella fuori di se, esce dal suo tormentoso lettuccio e dal congiu- rato gineceo, armata di un ferro e s'avvia alla stanza paterna. Ma Carme, la premurosa nutrice, la raggiunge, Pinduce a tornare sui suoi passi, a svelarle ogni divi- samento, ad aprirle il cuore [v.

Scylla e Carme tentano d'indurre Niso alla pace, e quindi alle desiate nozze; ma questi non piega a preghiere ed a pianti, Carme non lo raggiunge con forza d'in- canti. Allora Scylla ritorna al primo suo divisamente [v. Recide la ciocca paterna protettrice della patria, Me- gara cade in potere del nemico, e con essa la mal con- — 85 — i sigliata donzella, che schiava già vien condotta da Mi - nos in Creta [v. Miseramente ignuda, legata alla nave, Scylla sente e vede allontanar dal lido natio le vele che traspor- tano tanta ingiustizia e tanta crudeltà.

Allora Giove si commuove di Niso, che è' già fra le ombre nell'Averno, e lo richiama a vita trasformandolo in aquila marina, eternamente nemica alla folaga. L'esordio è involuto, protratto da un par- ticolare svolgimento di un' immagine che entra nel discorso come paragone, e diventa alla sua volta ma- teria di ben quindici versi il peplo di Atena.

La proposizione è erudita e polemizzante, notevole forse solo per questo secondo carattere, utile per il primo al mitografo moderno; ma sprovvista di sonanti versi espositivi, se si eccettuano quelli che l'autore trasse da Vergilio v.

L'in- vocazione contiene un brano non privo di sonora ca- denza, ma composto di briciole vergiliane da cui, forse per corruzione di testo, non riusciamo a cavare age- volmente un significato l: La narrazione epica è rivestita nel suo cominciare da epici ornamenti di stile, contenuta in versi ben costruiti: Ma non studio di cuore umano ci offre il poeta, non ricostruzione del sorgere di un potente affetto, concepito in circostanze che nella vita acccadono.

Il racconto di questo particolare episodio v. Le linee fondamentali di esso ci dicono che si tratta di viete invenzioni a base di deus ex machitia: Scylla, invasata da forsennato amore, trascura le verginali e consuete occupazioni, l'interna fiamma la strugge, e poi che vede che nessun sollievo le riesce trovare, pensa di dar esecuzione ad un patto di amore, proposto da Minos: Il poeta, conservando al suo epillio il carattere che gli è proprio, di accennare cioè gli eventi, e di svolgere il dramma dell'animo, s'è fermato alquanto nel rappre- sentarci la reale donzella, vittima d'una fatale passione.

Conseguenza di questa sarà distruzione e morte. Se incensurabile nella parte formale è 1' apostrofe , non priva di difetti è la appresentazione delle smanie amorose di Scylla. Di- fetti per il lettore moderno, più che per i contempo- ranei del poeta, ai quali il paragone dello stato d'ani- mo della vergine donzella con una baccante tracia od una sacerdotessa di Cybele sarà parso abbastanza vivo e lumeggiante: Quae simul ac venia kausit sitientibus ignera et validum penitus concepit in ossa furorem, saeva velut gelidi s Edonum Bistonis oris ictave barbarico Cybeles antistita buxo, infelix virgo tota bacchatur in urbe, etc.

Almeno si fosse limitato a farla cam- minare, pur forsennata, per le stanze della magione — 88 — retile! Né inanca la sentenza, difficile a sbucciare dalle parole che Pinvolgono, nel v. La descrizione del tentivo fallito si compone di un brano narrativo, piuttosto breve, v. Il brano narrativo ha pregi esteriori non mediocri di fattura di verso, ed espressioni cui conviene la ca- ratteristica oraziana di curiosa felicitai.

Il penultimo verso, se il testo di esso non verrà sostanzialmente corretto, introduce un' inverosimiglian- za. Scylla si ferma sul limitare della stanza paterna e 1 suspicit adclinis nictantia sidera mundi '.

Non altrettanto felice è la parte oratoria di questo episodio. Quam simul Ogygii Phoenicis filia Carme surgere sensit anus sonitum nam fecerat illi marmoreo aeratus striderla in limine cardo , corripit extemplo fessam languore puellam et simul ' o nobis sacrum caput ' inquit ' alumna, etc. Un verso, che in un modo qualunque esprimesse lo alzarsi di Carme, e il correre dietro alla pupilla, che 1 De Ciri Carmine coniectanea, Gottingae , pag.

Carme raggiunge Scylla ' fessam languore puellam ' ed esce in lamenti e preghiere acciocché le confidi i segreti del cuore. A me non par ricercato mezzuccio lo svenimento della donzella, escogitato solo per dar tempo alla nutrice di raggiungerla, quanto pàrmi au- dace questo colloquio, alla porta del re Niso, senza che questo si svegli. Forse perchè il riccio rosso dei suoi capelli gli permetteva di dormire sonni tranquilli!

Non è il solo poeta dell'antichità che abbia trascura- to o non sia riuscito a mantenere siffatta convenienza. Ma restiamo sorpresi dinnanzi al suo stupore, che Scylla vigili tempore quo fessas mortalia pectora curas, quo rapidos etiam requiescunt flumina cursus. Sapevamo che gli uomini dan tregua la notte alle affannose cure, ma. Il verso poi è a- dattamento del vergiliano ' et mutata suos requierunt flumina cursus ' Ed, Vili, 4 ove i fiumi si fermano — 01 — per stare a sentire Orfeo; ma quanto infelice adatta- mento!

Dopo questo sproposito, Carme ritorna ad es- sere dotta e mitografa nella sua" parlata: Alla parlata di Carme seguono alcuni versi che rial- zano il merito narrativo del poeta; egli ha premura di far rientrare l'abbattuta vergine e la nutrice nelle loro stanze, e quivi fa pronunziare la risposta a Scylla, e la replica alla sua consolatrice.

L'una e l'altra non differiscono gran fatto dalla prima parlata che abbiamo succintamente esaminata. Le parole di Scylla non mancano di calore, e di una tal titubanza, assai ben condotta, prima che essa ma- nifesti chi sia l'uomo amato e il nome che porta; s'intendono agevolmente, carattere pur troppo non co- mune al resto dell' epillio, hanno pur del drammatico quand'essa mostra il ferro bidente con cui era de- cisa a compiere l'atto funesto; ma proprio le due parti più passionate e salienti sono chiuse da due trascri- zioni di versi vergiliani, v.

Vili, 60 , v. VI, che sono tuttavia opportunamente condotte. Ma in un verso che sta tra l'una e l'altra leggiamo un breve inciso, che tradisce e conferma l'insufficienza dell' imitatore v. All'episodio, che possiam chiamare oratorio, tien dietro un sollecito brano narrativo, che il poeta, dopo aver detto che inutilmente Scylla e Carme tentano d'indurre Niso alla pace, chiude con questi cinque versi: Ergo iterura capiti Scylla est inimica paterno.

Tum coma Sidonio florens deciditur ostro, tum capitur Megara et divum responsa probantur, tum suspensa novo ritu de navibus altis per mare caeruleuin trahitur Niseia yirgo. Ciascun verso riassume un episodio del mitico dram- ma; né in maniera più breve era possibile enunciare gli anelli intermedii dell'azione, dal punto in cui il poeta con qualche particolarità di racconto ci ha in- formati, fino a quello su cui di nuovo si ferma.

Il procedere per sommi capi in quegli episodi in cui non c'era dramma dell'animo costituiva un canone di arte per il poemetto mitologico, e il nostro autore non l'ha dimenticato. Anzi credo abbia avuto in mente un luogo di Catullo 64, che con pari speditezza in tre versi espresse tre momenti di un azione che secondo le umane consuetudini non suole effettuarsi in un gior- no e nemmeno in due: Tum Thetidis Peleus incensus fertur amore tum Thetis humanos non despexit hymeuaeos, tum Thetidi pater ipse iugandum Pelea sanxit.

Il nuovo episodio che l'autore introduce è anch'esso oratorio, i lamenti di Scylla, ignuda legata alla nave, — 93 — solcante l'Egeo, prima leggermente mosso, poi sollevato forte dai venti. Esso comincia con alcuni versi, cui il poeta affida l'ufficio di rappresentare come in un quadro Oceano, Teti, Galatea, Leucotea con Palemon, i Tindaridi, stu- pefatti miranti la nave mentre scorre per mare e por- ta, con inusitata pena, la vergine ignuda esposta ai loro occhi curiosi.

In questi dieci versi noi troviamo raccolte, come in una mostra, le varie maniere con cui il nostro buon costruttore di versi attinge da Vergilio. Questi aveva attribuito a Proteo due specie di cocchio: Il nostro poeta attribuisce a Leucothea col suo figliuolo Palemon gli stessi cocchi di Proteo; ma siccome rappresenta in a- — 94 — zione, e non narra, imita male a proposito: Leucotea avrebbe dovuto accorrere a veder Scylla, sopra l'uno o l'altro cocchio.

Ma non trascrive letteralmente, muta qualcosa, e in meglio: Leucotheeque deum cum matre Palaemona dixit. È assai pro- babile quindi che i due poeti abbiano attinto da un poeta greco, che potè esser Partenio; l'autore della Ci- ris traducendo alla lettera l. Dopo una traduzione letterale, una trascrizione quasi letterale nel verso , da Vergilio Ed. È anche questo un verso tradotto dal greco? IV risalgano ad una fonte comune 2. Ma l'autore della Ciris, conservando il carattere che 1 A.

Dal Zotto La Ciris e le sue fonti greche Feltre , pàg. Il verso greco che ricava è questo: Il verso greco sarebbe: Nell'impiego di questo verso poi parmi sia stato più felice di Vergilio, giacché il pensiero che esso contiene si adatta egregiamente ai Tindaridi figli di Giove, mentre con ampliamento re- torico soltanto puossi attribuire al figlio di Pollione.

E finalmente i due ultimi versi del brano riportato sono anch'essi trascritti dall'Eneide II, tolto un vocabolo frustra, che qui non avrebbe avuto ra- gione o significato, e in Vergilio ne ha e non ne ha 1. Certo avrebbe potuto dir meno cose, e sopratutto e- sprimerle in maniera più intelligibile di quella che le accade di seguire, ma considerazioni poco o punto con- venienti allo stato suo non ne..

Alcune frasi hanno intonazione forte, ben adatta a segnare un punto saliente nel discorso; nel principio leggiamo, v. Vili , 1 Vedi il Commenta. La chiusa del lamento è fatta con lodevole accorgimento, per il pensiero che il poeta fa pronunziare alla sua eroina. Questa attribuisce la fine sua miseranda, v. Scylla ama tuttora il suo tiranno! Al lamento segue la trasformazione, determinata dal- la pietà d' Amfitrite.

La descrizione della metamorfosi è un quadretto ricco di pregi: Meno male che è seguito da un altro di molto pregio descrittivo, sgg: Ma quan- to ad originalità restiamo pur questa volta delusi: In quest'ultimo episodio delPepillio non mancano, come nei precedenti, le imitazioni e le trascrizioni ver- giliane, tra cui imprevista riesce quella di quattro versi intieri, tratti dalla Georg.

S'adattano al luogo senza sforzo od industria alcuna, perchè Vergilio li avea composti per lo stesso uccello ciri8 e per il medesimo concetto, che vuole esprimere l'anonimo poeta. Anche i cavalieri hanno sorriso. Certo, è stato Cupido a far paura alla signo- rina Abigaille. E a me niente? Ci sono nell'Istituto tre signorine straniere: La spagnuola, la sefiorita Ramoncita, ha il suo ap- partamento accanto al mio.

Mentre scrivo, odo lo scoppiettio delle sue nacchere. Tutti i giorni a quest'ora la signorina balla nel suo salottino. È una delle poche signorine vivaci dell' Isti- tuto: Anche a me ha parlato un po' a lungo perchè siamo Mi ha detto che è contenta di tutto: Tutto, in- somma, le piace.

Le manca solo una cosa: E vuol chiederne uno alla signora direttrice! Io non ho potuto nasconderle la mia meravi- glia. Invece, la signorina ha già preparato l'istanza. E mJinviterà nel suo patio ed ella vi ballerà i panaderos che sono i balli delle zingare della Macarena.

È venuto come il vento di primavera che apre d'un tratto la finestra e mette il disordine in ca- mera: Ah, che bambino al- legro! Aveva ragione la signorina Abigaille. Non annunzia le sue visite: Non fa cerimonie, nemmeno quan- do entra nelle camere da letto delle signorine. Il mio cuore è sossopra. Ma che pazzo' Che pazzo! Non so neppure come sia entrato. Certo è en- trato, ha aperto la porta. Me lo son visto allo specchio e ho gettato un urlo che la senorita Ramoncita avrà udito certamente nel suo spo- gliatoio.

Poi mi sono alzata coi capelli sulle spalle, e non so che cosa ho fatto. So che cosa ha fatto lui. Ha rovesciato due sedie, ha rotto due fiale sul piano di cristallo della toilette. È balzato sul letto. Ha spai so sul letto un pugno di pulviscolo di rose.

È saltato sul davanzale. Mi ha riso in faccia. Mi ha na- scosto i pettini. Ha rovesciato un'altra sedia. Ha riso in faccia a Venere ch'esce dalla spuma del mare. Ha scoccato una freccia contro un amoriuo d'oro del mio baldacchino.

È un clima strano, semipre uguale. Un clima dolce, tepido, che non somiglia al clima di nessun paese del mondo. Pare anch'esso artificiale, pare un 76 clima di serra. Ho chiesto a varie signorine, a costo di sembrare curiosa, se hanno mai visto nevicare nell'isola. Si son messe a ridere. Ho chiesto se hanno mai visto nell'isola un piccolo temporale, con un po' di grandine, qual- che tuono, qualche zig-zag di saetta. Mi hanno guardato in faccia come se io fossi impazzita. E allora ho chie- sto timidamente se hanno visto, almeno, piovere nell'isola.

La mia povera mamma prima di morire mi diede quella corona del rosario, d'argento, che le fu benedetta da S. Leone XIII nell'anno santo. Era anche per me una reliquia. L'ho qui nella mia borsetta. Vorrei rivederla; ma non oso tirarla fuori, povera corona del rosario. È proibito portare queste cose nel- l'Istituto! Io non voglio trasgredire il regolamento. Io sono venuta qui anche per obbedire. Non ho sem- pre obbedito nella mia vita?

Ho obbedito prima ai miei genitori, poi a mia sorella, poi al ma- rito di mia sorella, ai miei nipoti, ai miei pa- renti, agli amici di famiglia, ai conoscenti, per- 77 fino a degli ignoti.

Perchè non dovrei obbedire a Miss Mowrer? Devo obbedire a Miss Mo- wrer. Ho notato che le signorine parlano delle frutta del giardino con molta indifferenza, e non ne colgono mai. Quando si è gio- vani — giovani veramente — con qual gioia si coglie un frutto, magari si ruba!

Io ho l'acquolina in bocca talvolta, come se fossi giovane davvero. Stamattina, unica forse di tutte le signo- rine dell'Istituto, ho tentato di cogliere una pesca. Ma sono stata punita.

Non ci son pesche il 6 di maggio. Quella che volevo cogliere io era una pesca di stoffa. Pareva vera sul ramo; ma era una pesca di stoffa. Dov'è la signora direttrice?

Dov'è il suo appartamento? Io avevo sperato che ella stesse quasi sempre fra noi come una mam- ma. Avevo sperato ch'ella pranzasse con noi in refettorio, ch'ella tenesse circolo, che accogliesse volentieri i complimenti rispettosi dei cavalieri — T8 — e le attenzioni delle sue figliuole. Avevo creduto ch'ella volesse proteggere con la sua alta auto- rità ora runa ora l'altra coppia, e desse ammo- nimenti e consigli, e facesse anche scherzosi rimproveri.

Non si sa dove sia, non si sa che ci sia. Noi vediamo eseguiti macchinalmente tutti i suoi ordini; ma non dob- biamo veder lei che li impartisce, questi ordini, con una esattezza impressionante. Par quasi che ella non apparisca più alle signorine perchè esse la vedano sempre nell'atto in cui, lievemente chinandosi, ella fece con dolcissima voce il dol- cissimo augurio: Non ci rimane che la sua voce e il suo augurio, qui, qui, proprio nel cuore.

In- fatti, siamo tutte felici. Anche i cavalieri sono felici. Dio, Dio, ma qual è il vero e qual è il falso nel- l'isola? Md guardo intorno, e non capisco. La te- sta mi gira. Sono vere quelle magnolie? Sono veri quei mazzi d'oleandri? Son veri quei bottoncini di gaggia?

Son veri quei grappoli di glicine? È vero questo profumo di rose? È vero questo profumo di gardenie? Son vere queste bacche di alloro? Guardo in alto, e mi domanda: Oggi finalmente ha piovuto. Piove ancora men- tre scrivo. Guardo quelle goccioline di pioggia profumata dietro i vetri della finestra e mi sem- brano dei petali di fiori quasi trasparenti.

Oggi è la vera festa dei giardini. Tutti i giar- dini sono felici; e la felicità della piccola piog- gia è entrata nella villa e nei cuori come nei ca- lici dei fiori, nell'erbe e nelle fronde.

Tutte le signorine guardano dalla finestra. L'isola è av- volta in un sogno di nebbia azzurra. Stelle fi- lanti di pioggia, tutte d'un colore, tutte d'argento, l'avvolgono e la innalzano dolcemente entro il vapore del sogno. Gli uccelli tacciono, forse per- chè noi sentiamo solamente la musica della piog- gia. È una musica che fa piangere.

Ho tanta vo- glia di piangere! Penso a mia madre che nei giorni di pioggia lasciava aperto il libro di pre- ghiere sulle ginocchia e chiudeva gli occhi. Io ho voglia di piangere inginocchiata dinanzi a mia madre, col viso sul libro di preghiere, mentre questa lontana musica d'arpe e di fiori continua e persiste. Ma penso anche a Cupido. Dov'è Cupido in questo momento? Dove si è riparato il piccolo bimbo nudo? Non si sarà ba- gnato, povero uccellino senza piume?

Stamattina la signorina Zobeide mi spiegava che si possono ottenere benissimo dei magnifici garofani olezzanti senza aver la briga di coglierli sulla pianta. Perfetti, non è vero? Manca solo una cosa, una grande cosa: Ed ecco qua una finissima essenza di garofano di Guerlin.

Basta una goccia di questa finissima essenza per pro- fumare tutto un garofano. E la signorina Zobeide si mette il suo mazzo di garofani alla cintura. Non vai la pena di coglierli sulla pianta, i garofani. Questi son più profu- mati, a dispetto della natura. Le signorine mi avevan detto ch'egli non fa più di una visita al mese ad ogni signorina, e qual- che volta due ogni tre mesi.

Ma da me dopo una settimana è tornato! Ch'io debbo essere ad ogni costo felice? Questa volta ero a letto. Egli è en- trato piano piano nella stanza, s'è appressato al mio letto rattenendo il respiro, ha tirato il len- zuolo.

Poi ha riso, ed è corso ad aprire la finestra. Cupido che sveglia una si- gnorina, che fa la luce in camera, che le augura il buon giorno con una risata Questa volta è stato buono. Non ha rovesciato sedie, non ha rotto fialette, non ha nascosto pet- tini, non ha scoccato frecce contro il fratellino d'oro, non ha riso in faccia né a me né a sua ma- dre. Allora io Fho pregato di accostarsi ancora al mio letto, per dargli un bacio.

Non ricordavo che il regolamento proibisce il bacio. Egli me l'ha ri- cordato facendo una piroetta e lasciandomi in asso. Non hanno una molla che li fa scattare? Non son nascosti nei boschetti, nei giardini, nei chioschi dei giardinieri che imitano coi varii fischietti le varie voci degli uccelli?

Le cose vere, per essere belle, debbono as- solutamente parer false. Ma guardate un po' che cose strane, che cose assurde si pensano qua! Questa mattina ho gettato nel lago la mia bor- setta di velluto. C'era dentro la corona del ro- sario della povera mamma. Basta, basta; non voglio discutere più sul vero e sul falso. Tutto è vero e tutto è falso. Tutte le cose son come gli occhi le vedono; e se le vedon belle son belle, anche se son di seta invece d'es- sere di petalo.

Voglio guarire di questa malsana cu- riosità che ho portato meco dal mondo, con qual- che malinconia e con qualche pregiudizio. La sefiorita Ramoncita che chiede un patio alla si- gnora direttrice merita assai più di me di ap- partenere all'Istituto. Ma bisogna cercare, bisogna cercare. Mi son portato un grappolo d'uva in camera, di nascosto. Non mi sazio di guardarla. È più fresca e più bella del- Taltra uva, di quella che si pilucca; e non mi fa meraviglia: Le signorine hanno ragione di trovar naturali questi felicissimi trucchi del giardiniere.

L'isola non è un so. Non ci è dato sapere notizie più dettagliate di ciascuna ospite di Villa Mowrer. E che pensare di quella povera signo- rina Remigia di cui si sa appena il nome? Certo sarebbe in- teressante sapere il dramma di ciascuna signo- rina, che avrà avuto il suo epilogo fra i ven- ticinque e i trentanni; e il dramma dell'ultima venuta, che è un po' più recente. Si sa che la signorina Giulietta ha amato sul serio, e cioè una volta sola, a vent'anni, e ch'è stata lei a spezzare coraggiosamente il vincolo che doveva unirla per tutta la vita all'uomo prescelto.

Fu colpa di lui? La signorina Giulietta li vide dietro una siepe di rose, e non pianse, né svenne; ma si decise a rinunziare per sempre al suo adorato Alessandro e alla sua cara Nennè. Ora, poiché questo Alessandro è lontano e non si sa dove sia e non si è mai saputo dove fosse in tanti anni, la signorina è tranquilla, la signo- rina è contenta del suo cavaliere.

Il suo cuore, che è ancora abbastanza giovane, non ha mag- giori pretese. La sua dichiarazione d'amore era stata breve, ma commoventissima: Ella aveva dimenticato tutte le belle parole ch'egli le aveva detto dopo, quando si era seduto vicino a lei, sul divano, parole certamente molto ele- ganti, molto carezzevoli, ma non aveva dimen- ticato quelle tre ch'erano state le prime: Per la prima volta dopo ven- tanni, ella ascoltava la voce d'un uomo che par- lava a lei da solo a sola: Era una dichiarazione d'amore in piena regola.

La signorina Giulietta aveva subito chi- nato il capo, accettando. Ora la voce del cava- 85 liere le era già meno cara, era una voce che di- ceva dei versi: Che versi eran questi?

La signorina li aveva negli orecchi da cinque o sei giorni e avrebbe voluto mandarli via per sempre con un piccolo gesto, come il ricordo e il fan- tasma di Alessandro. Il suo cavaliere era un conte decaduto. I versi che recitava non erano suoi, erano del Prati, erano i più dolci versi del Prati; egli li recitava deliziosamente, socchiudendo un po' gli occhi. L'idea ma- linconica del sepolcro gli fioriva ad ogni mo- mento nell'anima; nei suoi libri sono insieme vagheggiati la morte e l'amore.

Non le pare, si- gnorina? In fondo, la poesia del Prati era un pretesto per intavolare un discorso tenero. Poi il colloquio si faceva più intimo, poi né il conte né la signo- rina parlavano più. Il conte pren- deva una mano della signorina e la teneva fra le sue, parendogli un po' fredda.

In quel punto un piccolo bacio del conte avrebbe potuto, di- — 86 — remmo quasi, innocentemente posarsi sul ricciolo della tempia o dell'orecchio di lei; ma il bacio non era permesso.

Il regolamento dell' Istituto proibiva il bacio. Il regolamento lo perm. Ma si sta bene anche qui. Il regolamento lo permette. Si sta bene anche qui. Ella era stata troppo abituata a vivere sola, a non parlare con uomini, a credere che nessun uomo avrebbe voluto avvicinarsi a lei, farle even- tualmente una gentilezza, per non essere un poco ritrosa. A differenza delle altre signorine che, pur essendo timide, secondavano subito i loro ca- valieri con un sorriso perfino malizioso, la si- gnorina Giulietta era timida come a vent'anni.

Talvolta pareva si vergognasse d'intrattenersi in intimo colloquio col suo cavaliere quando la si- gnorina Brigida o la signorina Ippolita o Miss Bessie la guardavano distrattamente in un salot- tino o nelVhall. Pensava allora che non avrebbe potuto sostenere in quel momento lo sguardo della direttrice, della buona signora che le aveva augu- rato la felicità quale, quale felicità?

Ella avrebbe invitato il suo cavaliere nel suo salottino particolare per isfuggire gli sguardi delle compagne e la sua stessa timidità, ma an- cora non osava. Nemmeno osava uscire nel parco 87 con lui.

Poi si decise, si vinse. Girare nelle strade dell'isola! Il primo a cantare l'ora è il frin- guello, dall'una e trenta alle due. Ella sorrideva infantilmente di quei giuoco di uccelli. Non c'è un filo d'erba, una pietruzza, un sassolino fuori di posto. Ba- sterebbe un colpo di vento. Fortunatamente nel- l'isola non tira vento. Noi abbiamo qua il più dolce clima del mondo. È impossibile chiedere — 88 — alla nostra dama, nemmeno per cortesia: Egli le camminava al fianco chinandosi legger- mente verso la spalla di lei, sorridendole, guar- dandola tratto tratto negli occhi, chiedendole di ammirar quelle cose belle, quei frutti, quelle rocce, quegli alberi, quella natura meticolosa e oleografica che pareva imitata dal vero, imitata alla perfezione, fiorellino per fiorellino.

Nelle infinite gabbie e gabbiette, di tutti i colori, di tutte le fogge, tutte appese ai rami degli alberi, gli uccellini policromi saltavano e cantavano ama- bilmente. Poiché tutti gli sportelli erano aperti, gli uccellini uscivano a prendere aria, a fare una volata, a rivedere l'argentea calma del lago, a sfrascar nelle chiome degli alberi e nelle siepi na- scoste nelle fratte per burla; poi ritornavano den- tro le gabbiette oscillanti e si chiamavano e si rispondevano dalle gabbiette per dirsi ch'erano in casa.

Gli uccellini come si comportano bene! Quanti versi mi vengono a mente! Se fosse qui la povera Armede! Non si possono dir versi qui. Eu- terpe ci ascolta.

Forse è un'illusione mia. Quando passo di qui mi par di udire un dolce, un dolcissimo suono di flauto Guardi, signorina, una freccia! S'è conficcata in quel tronco! Oh, non gli ha fatto male! Egli s'era nascosto dietro una delle colonne doriche del teatro. Il piccolo bimbo nudo continuava a ridere bal- lando intorno al conte e alla signorina Giulietta. Fa il buon bambino. La signorina vuol sentire la tua voce. Gli faccia qualche domanda, signo- rina. E il piccolo bimbo nudo guardava la cop- pia seduta ridendo, come per beffarla.

E che fai qua solo? La tua mamma non ti cerca? Come si chiama la tua mamma? Come si chiama il tuo babbo? Ne avrai certo uno Come si chiama il tuo fratellino? La signorina si volse a guardare, interrogando, il cavaliere. Non lo sapeva, signorina? Eros è la personificazione dell'amore, Anteros è la personificazione dell'essere amato. Non sapeva queste cose, signorina?

Cupido non c'era più. Lo zelo del cavaliere faceva talvolta sorridere Giulietta. Egli sosteneva la sua parte a meravi- 91 glia, ma troppo spesso egli faceva vedere di so- stenere una parte. Miss Mowrer avrebbe quasi certamente desiderato una maggior naturalezza. Tuttavia la signorina Giulietta era contenta di lui, come ogni signorina era contenta del suo ca- valiere. Tutte, nessuna esclusa, erano troppo in- telligenti per pretendere maggior impeto da parte degli uomini, per pretendere magari che questi venissero meno, tratto tratto, al regolamento.

Il regolamento era una cosa sacra. Anche su questo le signorine erano tutte d'accordo. Infine doveva esser piacevole per ognuna d'esse poter parlare liberam. La signorina Giulietta, che aveva suscitato da prima una certa diffidenza per la sua semplice grazia e per il suo nome giovanile, fu ben presto giudicata perfetta dalle sue compagne. A tutte disse una parola gentile, poi si chiuse nel con- sueto riserbo.

Insomma, dopo una settimana, la signorina Giulietta non aveva al- zato gli occhi che su cinque o sei cavalieri. Un giorno ella ed il conte erano nelVhall, in- solitamente affollato. Il conte diceva in quel mo- mento che il Prati fu sempre tormentato dal de- siderio acutissimo di vivere nella ricordanza dei — 92 — posteri, e specialmente dei posteri amanti. Miss Bessie appoggiava la testa sulla parete di vetro e guardava il suo cavaliere che le sedeva di fac- cia con i suoi occhi morti, senza parlare.

La si- gnorina Ermelinda, la tisica, appoggiava stanca- mente i gomiti su un tavolinetto di vimini te- nendosi la testa fra le mani; e il suo cavaliere le mormorava dolci parole che la consolavano.

La signorina Ippolita, dopo essersi fatta molto pre- gare, aveva lasciato la mano ossuta al suo cava- liere che dolcemente la blandiva. Il conte s'avvide del turbamento di lei e le chiese se aveva bisogno d'un bicchierino di ro- solio di Portogallo.

Ella aveva riconosciuto Alessandro, l'uomo di vent'anni prima. Anche lui aveva voluto approdare alla verde isoletta! Ma perchè, perchè ella doveva incontrarlo dopo vent'anni, e in un luogo simile?

Non aveva dunque preso moglie — 93 — Alessandro? Non era stato felice Alessandro? Permetta, conte, ch'io mi ritiri. Quando la signorina Giulietta e la senorita Ra- moncita s'incontravano nel corridoio sul quale davano i loro appartamentini, si sorridevano gra- ziosamente. La senorita Ramoncita portava qualche volta su le spalle bel- lissimi scialli ricamati a colori, ricamati d"oro e d'argento, con lunghe frange di seta che tocca- vano terra.

In camera si vestiva e si pettinava alla maniera andalusa, e si metteva un fiore rosso fra le chiome. Se non avesse avuto un volto precocemente invecchiato, con molte rughe, con due segni violacei sotto gli occhi profondi, sarebbe stata una bella senorita.

Certo ella era diversissima da tutte le altre si- gnorine, dalla francese, dalla inglese soprattutto; e poteva forse destare ancora un capriccio.

Chi era il suo cavaliere? Ella non sapeva se Alessandro aveva scelto lui la spagnuola o se gliela aveva data il destino; ma sentiva che, fra tutte le signorine dell'Istituto, quella sola era degna di lui. Le pareva perfino che Alessandro si sarebbe rifiutato di far la corte a damigelle come la signorina Ermanzia e la signorina Clotilde e avrebbe fatto istanza alla direttrice per aver Ra- moncita, togliendola a un altro cavaliere.

Le pa- reva, insomma, che Alessandro e Ramoncita si amassero davvero e che l'ardente spagnuola s'av- volgesse per lui ne' suoi scialli trapunti d'oro e d'argento e si mettesse per lui fra i capelli il bel fiore di Carmen, il garofano fiammante. Ella faceva certamente queste piccole pazzie nell'inti- mità del suo salottino dove forse cantava e bal- lava qualche seguidilla facendo scoppiettare le nàcchere, per passare il tempo.

Qualche volta ella usciva circospetta nel corridoio, con scialle, garo- fano e nàcchere. La signorina Giulietta la vedeva. E la testina è molto gra- ziosa! Come dev'esser bella la Spagna! La sefiorita Ramoncita guardava la signorina Giulietta negli occhi, furbescamente. Non c'è luogo più bello dell'isola! Non c'è luogo più bello del- l'isola.

Faceva un segno graziosissimo di saluto con la testa, un sorriso, un buenos dias, e si ritirava. La signorina Giulietta, meravigliata, restava qual- che minuto a contemplare la porta chiusa della sua vicina.

Molto doveva piacergli quel sorriso d'andalusa, quegli occhi ardenti, quei capelli nerissimi, e per- fino quegli scialli e quel garofano. Egli non lo invitava a prendere il the qualche volta? Il re- golamento lo permetteva. E allora, dopo aver sorbito il the, con molti pasticcini e biscotti, la spagnuola danzava in onore del suo cavaliere, faceva scoppiettare le nàcchere, cantava la ro- manza sentimentale Con sentimiento profundo, pizzicava la chitarra come quando era nel suo patio a Siviglia.

E Alessandro la guardava, l'a- scoltava, l'ammirava, l'amava la bella figlia del- m l'Andalusia venuta a scegliersi Tinnamorato nel- l'isola di Miss Mowrer, nel più bel paese del mondo! E la senorita lo amava, lo divorava con gli occhi il bell'italiano venuto ad alimentare la sua fiamma d'amore nell'isola di Miss Mowrer, nel più bel paese del mondo!

Anche te- meva di dover parlare, un giorno o l'altro, con lui. Egli l'aveva già guardata due o tre volte; le aveva anche sorriso per dirle che la ricono- sceva. Certo, un giorno egli avrebbe approfittato dell'assenza del conte per avvicinarsi a lei, per darle la mano, salutarla, parlarle. Il regolamento lo permetteva. Lo avrebbe guardato negli oc- chi?

Egli era ancora un bel- l'uomo, aveva gli occhi scrutatori di un tempo, il petto largo, la persona agile e diritta. Era troppo poco cambiato. Si capiva ch'egli doveva farsi un'accuratissima toilette. Ella saprà che il signor conte Le avrà detto che il Prati è un grande poeta. Le avrà recitato la storia della povera Armede: Venendo nell'isola egli ha imparato a memoria tutti i versi del Prati. Io ho un altro sistema. Ella tremava sempre, egli abbassava la voce. Parleremo con tutta l'intimità che il regolamento ci permette.

Co- nosco il regolamento. Con me non ha nulla da temere! Venivano altre signorine e cavalieri. Guardava nel suo cuore, interrogava arditamente sé stessa.

Quell'uomo le aveva rubato la calma, l'aveva fatta rivivere per un quarto d'ora nel mondo. E il cavaliere, quel piccolo conte ma- nierato e antiquato, mandato a lei dal destino o da Miss Mowrer, non le piaceva già più. Tanto valeva ritornare nel mondo! Pure non avrebbe dato tutte queste nuove sen- sazioni, preoccupazioni e sofferenze per tutti i ver- si del Prati.

Ella avrebbe potuto chiedere consiglio allo spirito di Miss Mowrer nel chioschetto fune- rario; avrebbe potuto allontanare da sé, con un gesto, colui che aveva baciato sulla bocca l'amica Nennè. Non fece nulla di tutto questo: E, come nella vita, attese lui. Ma sul tavolinetto non c'eran né le chicchere, né la zuccheriera, né le salviette, né tanto meno la theiera fumante.

Quel motivo di piccoli cuori trafitti è, senza dubbio, originale ed elegante. Il ratto di Europa, mi pare. Quel toro, signorina, è Giove stesso che si è tramutato in toro per rapire la regale don- zella. Ora che l'ha sulla groppa, si tufferà nel- l'acqua e porterà la sua preda all'isola di Cipro.

Vedo che non mancano le Veneri. Bellissimi nudi di donna! Ah, questo minuscolo scrittoio di mo- gano incrostato di madreperla! Anche qui cuori trafitti, amorini. La nostra direttricer, che ha il grande merito di non farsi vedere mai, è certamente una donna di gusto.

Non le pare, signorina? La signorina Giulietta, ritta in mezzo alla stan- za, non si muoveva. È una donna che stimo altamente. È un'aristocratica, una dama. Ma Alessandro aveva sulle labbra un fine, ironico sorriso. Egli fece un passo verso la signorina, che retroce- dette. Son venuto a rivedere Giulietta. Quante volte ho pen- sato a te nella mia triste esistenza! Quante volte ho pensato che avremmo potuto essere felici! Uno donna, una sola donna io ho amato veramente nella vita: Nelle ore tristi io ho chia- mato Giulietta.

Quanto più io ero lontano dalla nostra città, tanto più ho sentito il bisogno della bontà di Giulietta. Mille volte io mi son chiesto perchè ho perduto Giulietta. Perchè ho perduto Giulietta? Quell'atto parve volgarissimo a lei ch'era ormai avvezza a veder degli uomini fin troppo corretti, manierati e galanti.

Alessandro non parlava, non — — gestiva più come un ospite dell'Hotel des Cava- liers Servenls, non aveva più l'aspetto sorridente degli abitatori dell'isola del lago di X, era un uomo come tutti gli altri, era Alessandro. Quei movimenti bruschi, quelle parole ironiche, quelle occhiate imperiose rivelavano in lui l'uomo ap- passionato e istintivo che non s'è né mutato né calmato a cinquantanni. Certo, egli rideva in cuor suo delle signorine, dell'Istituto, del regola- mento, di Miss Mowrer, della direttrice, della sua stessa dama, di tutto.

La signorina Giulietta tremava davanti al sacrilego. Ma che colombella spaurita! Non un passo ancora! Voglio sentire come ti batte il cuore. Perchè farlo soffrire tanto questo povero cuoricino? Come batte, come batte! Egli l'attira a sé, le allaccia la vita col brac- cio; ella si divincola in tempo. E lei ha accettato il regolamento dell'Istituto! Lei vive nella nostra isola, ha la stima della nostra direttrice, ha la confidenza — — della sua signorina! Davvero tu la prendi sul serio questa commedia?

Non è una commedia? Ti prego, fa portare il the. Istintivamente ella premè il bottone del cam- panello elettrico: Io non ho i meriti del signor conte Vorrei sapere tutti i madrigali del signor conte Non è vero, signorina? Non le piace la crema, signorina? E die in uno scoppio di risa che fece tremare la fragile stanza. Forse Miss Mowrer aveva dato troppa libertà ai cavalieri, troppa libertà alle signorine.

Il re- golamento dell'Istituto era perfetto per una donna che aveva il talento e la mentalità americana di Miss Mowrer, non per una piccola italiana come la signorina Giulietta che aveva, a quarantatre anni, tutte le ansie e le trepidazioni d'una fan- ciulla.

Avrebbe voluto anche, la signorina Giulietta, che i cavalieri non potessero intrattenersi con tutte le signorine e che ognuno s'accontentasse di parlare, di sorridere, di far la corte a una sola.

Vagheggiava mentalmente al- cune modificazioni da introdurre nel regolamento; ma non ne faceva parola con nessuno perchè ca- piva che nessuno avrebbe potuto accettarle e nemmeno discuterle senza far torto a Miss Mo- wrer, giudicata infallibile. Allora ella si riprometteva di sfuggire delibe- ratamente il cavaliere della signorina Ramoncita. Il caso di una signorina che volesse sfuggire un cavaliere non era contemplato: Parve alla signorina Giulietta di essere abba- stanza forte per sostenere una lotta che nessuna ospite di villa Mowrer aveva mai conosciuta: I lunghi colloqui col suo cavaliere non le davano nessuna gioia, i discorsi di lui l'annoiavano, le gentilezze di lui le parevano esagerate e ridicole.

Egli aveva il torto di ripetere troppe volte le stesse cose. Era difficile illudersi con lui, cre- dere di essere amata sul serio! Tal- volta, la notte, s'alzava d'improvviso dal letto, girava l'interruttore elettrico per far sbocciare il fiore di luce sul piano del comodino, afferrava una vestaglia, se la gettava su le spalle e correva alla finestra, apriva i vetri e le imposte perchè la freschezza dell'aria le sfiorasse il viso che ar- deva.

Le notti dell'isola erano sempre stellate. Il cielo rideva col riso di milioni di stelle sugli al- beri addormentati, sui chioschetti, sulle pagode, sugli chàlets silenziosi, sulle acque del lago eter- namente tranquille. Nessuna signorina, nessun cavaliere era desto a quell'ora: Nem- meno le serenate, tanto care agli amanti, erano permesse: Tanto le signorine come i cavalieri dove- vano riposare tranquilli, dormire preferibilmente un sonno senza sogni perchè il sogno migliore, il sogno vero doveva essere sognato, anzi vissuto, durante il giorno nei salottini, nel parco, nel- Vhall.

La signorina Giulietta, guardava il cielo, le om- bre degli alberi, la natura addormentata, e sof- friva. Nemmeno gli usignuoli cantavano. Per chi avrebbero dovuto cantar gli usignuoli? La luna non c'era. Per chi avrebbe dovuto splender la luna? I fiori s'eran chiusi nei loro petali. Per chi avrebbero odorato i fiori? L'isola si faceva quasi fosca, tutta macchie d'alberi neri come cipressi: La signorina Giulietta soffriva. Ecco, ecco, si muovevan degli alberi, delle fronde laggiù; qual- cuno si avanzava circospetto, qualcuno trasgre- diva ancora una volta il regolamento, qualcuno alzava gli occhi alla finestra illuminata.

Era lui, era Alessandro. Che voleva Alessandro a quel- l'ora? Perchè la chiamava Alessandro? Vada, vada, per carità; ritorni dlV Hotel des Cavaliers Servantsl Pensi che io ho accettato la corte del signor conte. Alessan- dro sarebbe venuto domani alla villa dove lo aspettava la sua signorina, la signorina Ramon- cita. Alessandro avrebbe sorriso domani alla si- gnorina Ramoncita. Non avrebbe sor- riso, baldanzosamente, ironicamente, anche a lei?

Quell'uomo, che non è nem- meno il mio cavaliere, mi fa troppo soffrire. Bi- sogna ch'io parli a qualcuno, ch'io chieda consi- glio a qualcuno. Ma a chi, a chi debbo chiedere consiglio? Qua non c'è nemmeno un confessore; Miss Mowrer era protestante. A chi chiedere con- siglio? Ma alla direttrice, alla nostra cara di- rettrice! La direttrice è il nostro confessore, la nostra guida spirituale, colei che rappresenta Miss Mowrer alla villa.

E sarà la mia salvatrice! S'ella vorrà punirmi, mi punirà. Son pronta a tutto. La direttrice abitava un appartamento sontuoso che la maggior parte delle signorine non aveva mai visto. Infatti raramente le signorine chie- devano udienza alla direttrice o eran chiamate in direzione. C'eran delle signorine che dopo aver ricevuto l'augurio di prammatica: Ella aveva ormai settant'anni, e vestiva di nero.

Una cuffietta di velo nero, un po' monacale, co- priva in parte le sue ciocche bianche che facevan vie pili risaltare le sopracciglia nerissime e le pu- pille, anche nerissime, de' suoi occhi brillanti. La sua stessa voce era una voce di giovinezza, una di quelle voci melodiose che fanno pensare ai bei mattini pri- maverili con canti d'acque e d'uccelli. C'erano sul volto di quella settantenne, confusi bizzar- ramenti, i segni della vecchiezza che lima, di- strugge, divora, che fa d'un volto umano una ma- — — schera orrenda, e i segni della giovinezza immor- tale.

Si sapeva ben poco di lei. Non si sapeva se era signorina o se era vedova, se aveva amato riamata o se era una delusa, una diseredata come tutte le ospiti della villa. La sua vita era miste- riosa come il suo volto, la sua persona e la sua voce.

Abitava, all'ultimo piano, un appartamento sontuoso e vastissimo. Vi erano le Muse, le Grazie, le Ore; v'era Niche, la Vittoria, ed Ebe, la giovinezza; v'era Iride, l'Ar- cobaleno, simbolo dei rapporti fra il cielo e la terra, e Ganimede che nell'Olimpo fa da coppiere agli Dei; v'era Eros, l'Amore, e Imeneo, personi- ficazione delle gioie nuziali; v'eran le Dee del mare e delle acque, le Nereidi e le Sirene; v'eran le divinità della terra, le Ninfe, i Genii dei bo- schi, Pomona, Flora, Vertunno.

La signorina non aveva mai visto tante statue, tanta bellezza di membra fermata e atteggiata nel marmo, tanta varietà di movenze e di simboli, tanti occhi ciechi. Ma le movenze rigide delle due cameriere che la precedevano e la seguivano col loro passo senza suono, le davano un senso di gelo che le avrebbe fermato il cuore prima di entrare in quell'ignoto, misterioso gabinetto della direzione, ove era attesa.

Un'altra cameriera faceva la guardia alla porta del gabi- netto. In quel momento la direttrice era non poco preoccupata. Nel libro che stava leggendo — la Fisiologia del matrirtionio di Onorato di Balzac — aveva letto e meditato il passo seguente: È a questa bella epoca della vita che egli usa di un'esperienza caramente ac- quistata e di tutta la fortuna che deve avere.

Le passioni, sotto il flagello delle quali si aggira, sono le ultime; quindi egli è spietato e forte come l'uomo trascinato dalla corrente, che afferra un verde e flessibile ramo di salice, giovane ger- moglio dell'anno. Guardi su- bito quali sono, quanti sono i cavalieri che ab- biano cinquantadue anni!

Ginquanta- due anni di età! La maggior parte dei cavalieri a- veva cinquanta, cinquantuno, cinquantadue an- ni: La signora ebbe un moto di dispetto, ma disse alla cameriera che attendeva gli ordini sulla porta: Vide una vera e propria stanza di direzione, tavoli carichi di carte, libri e registri, scaffali, macchine da scri- vere, cartelle, scrittoi col panno verde, luce elet- trica accesa, telefono.

Solo sulla scrivania della direttrice si ergeva il noto gruppetto di Amore e Psiche che si baciano toccandosi appena le labbra in un fremito di voluttà. Su quella stessa scri- vania la signorina scorse alcuni libri di cui potè leggere i titoli. Ebbi a suo tempo il certificato di nascita.

La signorina si sedette. Capii subito disella era una signorina un po' timida, una signorina delicata e sensibile: Capii subito quel che ci voleva per lei: Lei sa meglio di me, signorina, che non tutti i cavalieri fanno la corte allo stesso modo. Io qui studio da anni la varietà infinita di questo modo d'amare, di quest'arte di desiderare una donna e di piacerle.

Tutto dipende molte volte dal flirt iniziale! Qui si tratta di soffi, di fumo d'i sigarette, di ali invisibili, di parole inesprimibili Parlando con la sua voce dolcissima la diret- trice carezzava delicatamente l'ala di Amore che toccava appena con le labbra le labbra di Psiche in un fremito di voluttà. La prego — disse poi alla segretaria, — il registro! Lasci stare; guardo da me!

La direttrice sfogliava le grandi pagine d'un secondo registro, consultava attentamente, pas- sava oltre. L'indice tremante seguiva le linee dove eran tracciati i nomi in bel carattere gotico. Ella ha proprio il cavaliere che fa per lei, signorinaiNon le ho detto che le anime si trovano e si accostano da sé? Nientemeno che il signor conte! Uno dei più perfetti cavalieri del- l'Istituto! Un altissimo spi- rito! Telefoni, la prego, al Café des Sigisbèes perchè mandino un'altra scatola di biscotti di No- vara, per Cupido.

Che siano freschi, mi racco- mando. Io ho ardito, ho ardito chiederle udienza È contenta del suo oavalrere, del signor conte? Si, io so bene di essere stata fortunata Io so bene che non c'è in tutta l'isola un cavaliere più distinto, più amabile, più affettuoso di lui Io gli son tanta grata, si- gnora Oso credere di non essergli del tutto indifferente Mi piace tanto il suo modo di par- lare, il suo modo d'inchinarsi, di sorridere, di recitare i versi Forse mi esprimo male, mi perdoni Ecco, io preferirei che nessun altro cavaliere potesse rivolgermi la parola, sorri- dermi Rispondere, sorridere solo al si- gnor conte Ora questo è un paradosso; ma è certo che ella volendo avere il signor conte tutto per sé e volendo essere tutta del signor conte danneggia in certo qual modo gli altri e le altre.

Il signor conte, sta bene; ma non bisogna dimenticare che tutti i cavalieri sono press'a poco come il signor conte.

Se ogni signo- rina volesse parlare solo col suo cavaliere e igno- rare gli altri, e magari le altre, l'Istituto perde- rebbe ben presto il suo carattere simpatico, vivace e leggermente mondano. Ella sa da chi è stato dettato. Se desidera schia- rimenti, io sono qui a sua completa disposizione. Non mi farà certo il torto, tuttavia, di chiedermi il perchè della proibizione del bacio.

Io potrei portarle un esempio Ecco qua, signorina, Amore e Psiche. Amore si muove per eseguire l'ordine; ma, vista la fanciulla, s'innamora egli stesso di lei, e vive con lei in felice unione in una valle paradisiaca, in un palazzo fatato, dove nulla manca alla loro felicità. Soltanto Psiche ha l'obbligo di non ve- dere con gli occhi del corpo quell'essere divino che ogni notte viene a visitarla. Senonchè, aiz- zata dalle sue sorelle che le insinuano nell'animo il veleno della diffidenza, Psiche trasgredisce il divieto, ed ecco sparisce Amore d'un tratto ed ella rimane sola con la sua desolazione.

Colei che ha dettato il nostro regolamento credeva ferma- mente che il bacio fosse la fine della nostra il- lusione: La signorina Giulietta aveva chinato gli occhi; le veniva da piangere. Forse la signora direttrice aveva creduto che lei fosse gelosa del suo cava- liere, del signor conte, e lo volesse tutto per sé, e volesse magari, come Psiche, trasgredire il di- vieto, baciare ed essere baciata.

Baciarlo ed esser baciata da lui, dal signor conte! No, no, la si- gnora non aveva capito; bisognava che la signo- rina parlasse ancora, si confessasse ancora, rac- contasse la piccola storia del suo amore infelice, del suo amore mondano, perchè la signora po- tesse capire. Le offre di parlare d'amore. Parlare d'a- more — riprese la signora con calma — è fare all'amore: Bi- sogna saper accontentarsi di questo.

Io poi non credo col signor Baudelaire che l'essere umano goda del privilegio di saper trarre le gioie più sottili dal dolore, dalla catastrofe e dalla fatalità: Era il momento del commiato. I begli occhi della direttrice guardavan sempre la signorina dalla loro profondità misteriosa.

Bisognava mostrarsi sorridenti e indifferenti, e bisognava svagarsi. Ella aveva veduto molti libri sul tavolo della direttrice, nella scansia, sulle altre scrivanie.

Il gabinetto di direzione era pieno di libri. E la direttrice leggeva, citava au- tori, consigliava le buone letture. Come aveva vissuto più di quindici giorni senza leggere un libro, senza meditare una pagina? Eppure l'Isti- tuto era fornito di una biblioteca scelta, adatta- tissima per signorine.

Nella stanza di lettura i libri rilegati in cuoio azzurro erano allineati in elegantissimi scaffali verniciati di bianco come i mobili di una stanzetta virginale. Una signorina si prestava per due ore del giorno a far da biblio- tecaria, a tenere il registro dei prestiti, a dar con- sigli, a suggerir titoli e autori. Questa era la colta signorina Remigia, l'unica che portasse gli oc- chiali.

Come si è tranquille! Come si è vicine ai grandi spiriti, alle anime belle! C'eran gii amori di Dafni e Cloe e gli amori di Paolo e Virginia, i dolori del giovane Werther e il romanzo del giovane povero, le lettere di Jacopo Ortis e le lettere della monaca portoghese, Francesca da Rimini e Francesca d'Aubigny, Ma- non Lescaut e Ninon de Lenclos; c'erano tutte le favorite dei re di Francia a cui Miss Mowrer ave- va perdonato volentieri i peccati d'alcova.

La bi- blioteca possedeva anche una bellissima collezio- ne di segretarii galanti, che eran catalogati fra le curiosità della miscellanea: Il vo- lume porta il numero ottocento quattordici.

Versi una lacrima per me sul cor- po esanime dell'infelice Manon E poi la signorina non s'era mai fatta vedere dal suo fedele ammiratore con un libro del Prati sulle ginocchia. La biblioteca dell'Istituto li a- veva tutti: Ah, quella dolce, pie- tosa istoria di Armede!

Ricordava la signorina Giulietta? La signorina Giulietta sorrideva. Veramente il suo cavaliere poteva essere antiquato, manie- rato fin che si voleva, ma la sua fedeltà era com- movente, il suo modo di sostenere la sua parte di cicisbeo era ammirevole. Forse egli era il ca- valiere più compito di tutta l'isola, il cavaliere per antonomasia. Chi aveva sorriso del suo me- todo?

Era un bellissimo metodo! Qualche volta gli era parso perfino ridicolo! Ridicolo il signor conte, un gentiluomo che aveva l'anima di un poeta! Ridicolo un cavaliere che aveva letto tutti i versi del Prati, un cavaliere che aveva una vera venerazione per Miss Kathleen Mowrer e che si sarebbe fatto uccidere per non trasgredire il re- golamento dell' Istituto!

Ecco, ecco 1' uomo — l'uomo saggio, l'uomo fedele, l'uomo patetico — ch'ella non aveva incontrato nel mondo. Bisognava accontentarlo, blandirlo, volergli bene, sorridergli, seguirlo nei fioriti sen- tieri dell'arte, muovere incontro alla sua Musa con lui. S'egli si fosse un giorno stancato della sua damigella, la damigella era perduta. Ella non ha mai voluto accettare un mio invito. Il regolamento lo per- metteva. Possibile ch'ella non ram. Ebbene, conte, vuole offrirmelo domani questo gelato di fragola?

Vuole accompa- gnarmi domani a questo famoso caffè? La felicità del signor conte! Ella leggeva ormai chiaramente in quegli occhi. Erano occhi buoni, d'innamorato. E se il signor conte fosse proprio innamorato? Se tutti i suoi inchini, le sue cor- tesie esagerate, i suoi sorrisi stereotipati, le sue eleganze di cavalier servente, di attore che sa la — — sua parte, nascondessero un cuore capace an- cora d'amare?

Se quegli occhi che accompagna- vano col sorriso la lode, il madrigale di pram- matica fossero capaci di piangere ancora su un fiore caduto dalle mani di lei, raccolto poi di nascosto?

Sette ha castelli, e al vertice Dei baluardi loro Sogliono il campo d'oro Sette bandiere aprir E il giorno dopo conte e signorina si avviarono insieme verso il poetico chalet.

Era un lieto pomeriggio verde e azzurro, uno dei più bei pomeriggi dell'isola. Gli uccelli can- tavano nelle gabbie e negli alberi, le fronde si muovevano dolcemente come festoni appesi per una festa campestre, i grandi flabelli delle pal- me ondulavan maestosi sotto un cielo più turchi- — — no del mare di Napoli; in fondo tremolavan le acque del lago che parevano d'argento.

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Myrtles, cypresses, plane-trees, and oleanders adorn the space in front of the columns and various parts of the stage. Brightly, brightly ; O Loves and sea-nymphs. Electa e Ciris commentariis, Halle I, 71 Dirae 85 Ecl. Essi stanno bene in ambedue i luoghi, poiché dall'uno e dall'altro poeta sono attribuiti al medesimo uccello Ciris, e nella stessa condizione di vita. Ella ha proprio il cavaliere che fa per lei, signorinaiNon le ho detto che le anime si trovano e si accostano da sé? Ella leggeva ormai chiaramente in quegli occhi. Là ci sono ancora dei peschi in fiore, qua ci son già dei peschi carichi di bellissime frutta. Qua non c'è nemmeno un confessore; Miss Mowrer era protestante. Scrisse articoli vio- lenti.

Catone d'eque DirU et Lydia carminibua f , p. Questa classificazione in alcuni particolari non "si so- stiene e risente la preoccupazione della sinnneÉriiV nella mente del critico, ma helle linee generali risponda 'M contenuto vero della poesia. Anche i versi intercalari rispondono a tale divisione in gran parte: Ne son fornite le seguenti strofe 6.

Ma analizzando ne ritrova altre, sicché giunge alla conclusione che la poesia ne contiene ottjp: Sciava Le Imprecazioni e la Lidia, Pesaro, I versi costitui- rebbero una pausa nel canto, un brano drammatico-nar- rativo, quindi non entrano nel novero delle strofi. E poiché noi abbiamo la seconda redazione del canto, e in essa vien mantenuta la stessa divisione di strofi che era nella prima! Quindi per la sicura intelligenza di esso bisogna ritenerlo come una paren- tesi, e nell'ordine delle imprecazioni congiungere la set- tima all' ottava, saltando il nucleo posticcio.

Dobbiamo esser grati ai critici ricordati, perchè le loro ricerche ci ammaestrarono a risparmiare il tempo: Tal criterio di libertà è chiaramente manifesto nel- l'ecloga Lydia, che contiene tre ritornelli aggregati al- lo svolgimento di tre nuclei di considerazioni, ma tutta l'ecloga non contiene tre nuclei soltanto.

Bono esagerazioni che nessun lettore vorrà accoglie- re le distribuzioni proposte dal Goebbel e dal Ribbeck, il quale ultimo divideva in questo modo: Seguendo lo svolgersi dei pensieri nell' ecloga, non riesce difficile notare in essa una parte prima v. Due soli aggettivi ricorrono più volte: Notevole pure il frequente uso di fundo con mal ce- lata, industria di differenziare: Con varietà è anche trattato il sostantivo, e le poche ripetizioni che occorrono sono a discreta distanza, in modo da evitare quel senso di stanchezza monotona che suol produrre nei versi la povertà lessicale.

Il nostro poeta, trovatosi nella circostanza di dover esprimere più volte lo stesso concetto di 'campo'. Al Naeke parve che le ripetizioni delibi stessa voce fossero ingenuo indizio di arte arcaica. Egli pensando che furono evitate con somma cura da Vergilio e da Ovidio concluse ,. Si spieghi comunque si voglia il fenomeno della ri- petizione, è da augurarci non torni più in onore quel criterio critico pei testi classici che mosse illustri filo- logi di tempi scorsi a ridurre ad insensibili proporzioni tale fenomeno col mezzo della correzione.

Supèrfluo avvertire che vi son casi che non assomigliano ad alcuno di questi tipi, cóme quelli segnati nel voi. E in questo che veniamo esa- minando è da lamentare Y abbondanza degli esempi, piuttosto che la scarsezza. Infatti non considerate le apostrofi a Battaro che son propriamente ritorni di una prima che è dedicatoria, molte son quelle cui il poeta ricorre nello schianto della separazione.

Alcune son li- mitate ad un solo sostantivo, altre distese ad uno o due versi, ed una fluente per quasi una strofe intera; v. Litora 61 nauta 63 Neptune 67 vaga flumina 82 agelli 83 discordia 89 tura capellas Dopo V apostrofe son da ricordare due uuclei di adunata, di cui abbiara fatto discorso nel primo para- grafo, collegati nel verso con quasi i medesimi nessi adoperati da Vergilio nella Bucolica: Non è frequente Y anadiplosi: Questa fi- gura che fu prodotta nella poesia latina, coiu'io penso, dal desiderio d'introdurre nel verso suoni più dignitosi, venne in onore al tempo di Catullo e più ancora in quello di Vergilio; prima di essa imperava come orna- mento fonico Vomeoteleuto nel corpo di un verso, o fra due consecutivi, e Valliteratio.

Dell'una e dell'altra non mancano esempi in questa poesia: Notevole in questo idillio qualche arditezza di frase: L'aggettivo è trattato con lodevole abbondanza, sen- za ripetizioni, se si fa eccezione per dulcis v. Si potrebbe dire lo stesso perii sostanti- vo, se non arrecassero una certa pesantezza le voci amor, dolor col loro frequente ritorno, insieme ad altre espressioni: Vedi anche per la voce amor ai v.

Ma in una poesia di lamento amoroso è da prevedere il frequente ritorno di tali vocaboli. Notevole un feno- meno metrico: Alcuni se ne trovano, ma comuni quasi a tutti i poeti latini: Accarezzata è invece dal poeta V iperbole ; quale amante poeta del resto non Plia prediletta?

Ne leggiamo una nel v. Una seconda iperbole troviamo nel v. Abbiamo detto che il componimento contiene tre ri- tornelli; aggiungiamo ora che in essi è sempre variata la chiusa: Il legame che unisce non pochi versi di questi due componimenti con luoghi di Catullo e di Vergilio, e forse pur con alcuni di Lucilio, parrebbe a prima vista potesse fornire materia importante per la soluzione dell' incognita intorno all' età in cui visse Fautore.

Ma ponderati bene i diversi elementi, se ne trae un risul- tato assai magro. Non sarà tuttavia inutile porre sotto gli occhi del lettore tali raffronti x. Hic sunt herbae, quas sevit Iuppiter ipso Dir. Iuppiter ipso, Iuppiter nane silvani aluit Lucil. Multa homines portenta in Homeri versibu' ficta Monstra putant Dir.

Nigro multa mari dicunt portenta natare Monstra Il primo raffronto ci dice che i due autori ebbero quasi lo stesso pensiero; il secondo che adoperarono n il medesimo nesso ' multa LXIV, 14 Emersero freti canenti e gurgite vultns Dirae 57 Cum subito emersero furenti corpora ponto 1 Per la redazione degli elenchi seguenti mi sono avvalso in particolar modo delle monografie di G. Jahn Die art der Abhàngigkeit Vergile von Theocrit und anderen Dichtem, Berlino che raccolsero i raffronti segnalati prima di loro, ed altri ne notarono.

Io ho ri- portato solo quelli "che mi son parsi evidenti o probabili. LXV 10 Nunquam ego te, vita frater amabilior Aspiciam posthac. At certe se m per amabo, Sem per maestà tua carmina morte canam. Gaudi a semper ouim tua me memiuisse licebit.

LX1V 22 O nimis optato saeclorum tempore nati Heroes, salvete, deum genus, o bona matrum Progenies, salvete itermn -. Infelix ego, non ilio qui tempore natus, Quo faci li s natura tuit.

Sors o mea laeva Nascendi mi erumque genus, quo sera libido est. Ma clii dei due ha imitato V altro 1? Io non so dirlo, giacché nei singoli versi non riesco a vedere indizi sicuri di anteriorità. Ante lupos rapient haedi, vituli ante leones, Delphini fugient pisces aquilae ante columbas e te.

I Ante leves ergo pascentur in aetere cervi, etc. II, 5 Dirae 12 Non arbusta novas firuges, non pampinus uvas Georg. IX, 20 Spargeret, aut viridi fontes induceret umbra. O Lycida, vivi pervenimus, adrena nostri Quod numquam veriti sumus ut possessor a gel li etc.

Hinc ibo At nos hinc II, O fortunatos nimium, sua si bona uorint etc. Mollia prata Et gelidi fontes Ecl. X, 43 Hic gelidi fontes, liic mollia prata Non é agevole scoprire indizi di anteriorità delPun Ecl. Y, 44 Dirae 42 Ecl. I, 74 Dirae 80 Dirae 83 Ecl. I, 71 Dirae 85 Ecl. I, 70 Dirae 87 Ecl. I, 64 Dirae 92 Ecl. I, 77 Dirae 89 Ecl.

I, 3 Lydia 9! Negli altri luoghi somiglianti non riesco a vedere caratteri cronologici sicuri, o probabili. Vergilio si serve di alcune frasi e di alcuni nessi che leggiamo anche nelle Dirae per arrotondare imita- zioni teocritee 2 ; l'autore delle Dirae alla sua volta non ha espressioni vergiliane in cui si possa constatare co- noscenza o comunione con luoghi di Theocrito. Ritenere dunque l'Autore delle Dirae quale imitatore è quasi un assurdo, per conseguenza avrà attinto da 1 Op.

Proporzione di dattili e spondei. Nei centotre versi delle Dirae, e propriamente nelle prime quattro sedi abbiamo Negli 80 versi della Lydia contiamo dattili e spondei; i cominciamenti dattilici sono 51 gli spon- diaci Abbiamo dunque la stessa misura e propor- zione che nelle Dirae.

Notiamo, perchè degne di attenzione, quattro cesure; di tutte le rimanenti non ci occupiamo perchè conformi alle leggi della versificazione di ogni età. Le quattro cesure sono xaxà TéxapTov Tpoypfiov, rarissime a trovare nell'età di Vergilio e dopo di lui; forniscono dunque un indizio cronologico non trascurabile. Due si trovano nelle Dirae, v. Anche riguardo alle elisioni soprassediamo di notarle tutte, ritenendo dover fermare l'attenzione dello studioso su quelle che meno comunemente ricor- rendo presso i poeti latini, contribuiscono a dare ai due componimenti carattere di durezza metrica, la quale è indizio di poca signoria dell'arte del verso o dell'età in cui visse l'autore.

Chiuse di esametro; versi spondaici. Il verso, per que- sto particolare coefficiente artistico, è più limato nelle Dirae che nella Lydia: Attributo e sostantivo nel verso. I ]; abbiamo dunque nelle Dirae: A 8 coppia semplice: J Coppia duplice ridondante: Exsul ego indemnatus egens mea rura reliqui.

Il verso costituisce un caso raro. Fatta la somma, troviamo che Fautore delle Dirae è poeta abbondante di aggettivi; e V opulenza sua dimo- stra nel collocare V aggettivo in quei posti del verso, che meglio rispondevano alle esigenze dell' arte cfr. A8 , come pure nelP adoperarlo con esuberanza, avendo costruito sette versi in cui ne at- tribuisce due per ogni sostantivo.

Identici caratteri troviamo nella Lydia, in cui leggiamo: Essendo costruiti gli esametri con la stessa arte, non necessariamente, ma verosimilmente siamo indotti a ritenerli opera del medesimo artista. La prima delle due sospettata da Cinzio Gyraldi, ripresa e sostenuta dallo Scaligero, fu quindi accolta da molti critici ed editori, che non saprei numerar tutti; certo fra essi militarono il Pithou, il Boxhorn , il Dilherr, — 40 — V Arnold, il Burmann Sec, FHeins, il Wernsdorff, il Naeke, il Eibbeck.

Haupt, il Keil, il Bahrens. Ipse libello, cui esttitulus IndignatiOy ingenuum se natum ait, et pupillum relictura, eoque facilius licentia Sullani temporis exutum patri- monio. Cato grammaticus, Latina Sireu, Qui soltis legit ac facit poetas. Scripsit praeter grammaticos libellos etiam poemata, ex quibus praecipue probantur Lydia et Diana. Lydia doctorum maxima cura liber. Saecula permaneat nostri Diana Catonis.

Vixit ad extremam senectam etc. Ma si è osservato che Fautore delle Dirae ci dice v. Il tratto di unione non è certo agevole, dopo le os- servazioni che il Xaeke, fpag. E contro tale procedimento egli si difese posteriormente, con la In- dignatio, in cui affermava e fors' anche dimostrava es- sere di origine libera.

Svetonio ricorda altre poesie di Catone col titolo di Lydia e Diana. Col nome Lydia, secondo suona il ver- so di Ticida, pare s' abbia da intendere un libro di poesie, non una sola poesia, probabilmente allo stesso modo del primo libro di Properzio, che correva allora cól titolo Gyntia monobiblos.

Contro questa obiezione — 42 — si è opposto potersi ritenere che gli ottanta versi che ci sono stati conservati, e che evidentemente parlano di Lydia, facevano parte del libro ricordato da Svetonio.

Frattanto a vincere gli ultimi seguaci della tradizio- ne manoscritta, secondo la quale le due poesie erano attribuite a Vergilio, si è venuto analizzando lo stile, e la metrica di esse. Aveva già scritto lo Scaligero, nel- la sua prefazione alle Dime: Hoc dico, non quod malus fuerit poeta Val. Giunti alla conclusione che le Dime e la Lydia non siano opera di Vergilio , riman questo partito: Muovere alla ricerca di altro nome è presso che fatica varik. Bah- rens le ritenne esercitazioni poetiche di un imitatore di Catone [P.

Goebell, 3 se- l Catulli Tibulli Properti Carni. XLII, ma prima in De r. Sonntag l le credettero scritte nell'età di Lucano! In conseguenza di tanta molteplicità di opinioni, anche nelP identificare la spartizione di terre, contro cui impreca V autore delle Dime, si ha diverso avviso. Naeke con una congerie di os- servazioni, con cui costruisce, attingendo a Svetonio e alle poesie di cui trattiamo, una biografia di Catone, cementata di ipotesi [nel suo commento la Diss.

II è intitolata ' Vita Catonis et scripta 7 ] ci dice che non possiamo sapere in quale anno sia nato Catone, pag. Egli tuttavia non legge nelle Dirae significata la presa di possesso delle terre del poeta, ma lo sdegno per il prossimo pos- sibile 'avvenimento ' itaque, hic for tasse inanis timor fuit, et fortasse numqùam pedem fixit miles in agro Catonis ' pag.

La maggior parte dei critici ed editori recenti, il Teuffel, il Eibbeck, il Eeitzenstein [cfr. C, e ad Ottaviano, pensa il Eeitzenstein, si rife- rirebbe la voce Lycurge delle Dirae! C; all'anno 34 a. Questi due critici, coni' è agevole argomentare, 1 Ueber die App. IV 3 interpreta che il campo fosse posto tra Ei- mini e Eeggio. Il che esclude le spartizioni del 41, del 37, del Hermann 3 fu d' avviso appartenessero a due autori, e 1' opinione fu accolta dal Eothstein [Hermes 23 pag.

Pompeo viveva in Sicilia, laddove la Lydia deve considerarsi posteriore alla pubblicazione delle Georgiche, perchè contiene i- mitazione di un verso della Georgica II, o fortu- nat08 nimium, sua si bona norint agricolas nel v. Circa un decennio dunque separerebbe i due componimenti.

Se questi fos- sero di un solo autore dovrebbero avere 1' opposto or- dine cronologico: Prima contili et devotum Carmen etc. Secunda tota ad amasiae Lydiae a- missionem speetat. Contro questo avviso separatista V Bskucbe [op.

L'opinione antica si appalesa tutt'ora, secondo pen- siamo noi, come la più probabile. La tradizione manoscritta ci trasmise non soltanto accop- piati, ma fusi insieme i due componimenti. Attribuirli a due autori è lo stesso che tra- 1 Alcuni raffronti sono felici: Besta a vedere quale dei due componimenti sia an- teriore alP altro. Il quesito non ha grande importanza, se si accolgono le soluzioni proposte da noi ai precedenti, connessi con questo. Ammesso che il nostro autore sia vissuto ed abbia scritto prima di Yergilio, e che le due poesie appartengano a lui, è proprio indifferente che Puna del- le due abbia preceduto l'altra.

La Lydia delPecloga sarebbe naturalmente la stessa Lydia ricordata nelle Dirae, in cui non dice che si separa per sempre da essa, v. Rura valete iterimi, inique optima Lydia salve; Sive eris et si non, mecum morieris utramque. In altro tem- po dunque P autore delle Dirae potè poetare di amore e della donna sua.

Per le Edizioni di tutte le Opere di Vergilio cfr. Carmina Valerii Catonis cum A. Naekii Annotationibus cura L. Petry Quaestiones criticae ad IHras et Lydiam pertinentes.

Mo- nasterii N. I Miscellanea 1 e 9. Sui due poemetti JHrae e Lydia in c Riv. Abruzzese di Scienze Lett. Ellis Oh the Culex and other poema of the App. Il nome ricorre ai v. Questi inducono a pen- sare si tratti di persona od essere cui il poeta confida l'amaro cordo- glio e insieme le imprecazioni con- trol' usurpatore del campo, anziché di eco o di animali. Il nome che prima si leggeva solo in questa poesia, ritrovasi anche nel mimo II di H eroi da, che 1' attribuisce G. Vedi anche, per cu- riosità, la spiegazione contenuta negli scholii boccacceschi.

Avea altre volte pronunziato im- precazioni, e per lo stesso motivo v. I casi del poeta sono ignorati.

Perchè avea imprecato una prima volta contro i suoi campi? Montibus et silvis dicam tua facta, Lycurge, eh 4 rapiant edi vitulique A rapiant aedi vitulique ante D edi C q; edi vituli ante leones L m.

I del- fini inseguono e divorano i pesci minori. L'IIcius corresse ouncta e fu seguito dal IJahrens; la cor- rez. I, 8, 1 sgg. V, 3, 39; Metani. IV 22; Seneca Oed. Altri meno eruditi e più nel vero intendono sia il nome del veterano; altri fon- dendo le due interpretazioni, pen- sano sia significato il soldato usur- patore per mozzo del nome del mitico re.

Catullo e il poeta dei ' Catalepton ' non sen- tirono il bisogno di travestir sem- pre o celare il nome della per- sona contro cui scagliavano i loro giambi; lo avrebbe iuteso invece Fautore di queste imprecazioni? Non e necessario attendere il par- ticolare ricordo degli empi fatti, e notare quindi che esso poi man- ca in questa poesia; l'espressione — 61 — Impia.

Trinacriae sterilescant gaudia vobis, Nec fecuuda, senis nostri felicia rnra, 10 Semina parturiant segetes, non pascua colles, Non arbusta novas fruges, non pampinus uvas, Ipsae non silvae frondes, non flumina montes.

Eursus, et hoc iterum repetamus, Battare, Carmen. Ma se si ritiene, come facciam noi, che la voce gaudia non sia integrata dal genit.

Ma il consenso dei mscr. Nel verso seguente è mutata la disposizione, i due co- lon essendo terminati dai comple- menti diretti; il terzo veiso, che chiude l'enumerazione, riprende la disposiziore contenuta nel primo, e un coefficiente di armonia di verso, la rima che lega i due co- lon: È una iteratio della pri- ma imprecazioue, ma è posta in rilievo la siccità, compagna della sterilità.

Il Wernsdorif inten- de 'quae defrugant segetem'. È 62 — Pallida flavescant aestu sitientia prata, Immatura cadant ramis pendentia mala, Desint et silvis frondes et fontibus umor, Nec desit nostris devotum Carmen avenis. Qui egli si rivolge agli usurpatori: Gli scrittori non attribuiscono sostanziale differenza all'uso del plurale e del singolare di questo sostantivo — desit devotum carmen etc.

Nota l'antitesi desint v. Secondo nucleo d'impre- cazioni con cui è fatto l'augurio che alla sterilità e alla siccità segua la pestilenza. Venere qui ricor- data come simbolo del ritorno della vita nei campi, della Pri- mavera. I fiori primaverili ador- nano i campi; quelli estivi ed autunnali sbocciano in giardini e serre. Duleia non oculis, non auribus nlla ferantur.

Sic precor, et nostris su perent haec carmina votis. Il primo tipo e costituito dal v. Terzo nucleo con cui e au- gurata la distruzione della selva, della vigna, delle messi per mezzo di un incendio sceso dal cielo. Non poche sono state le correzioni della voce tun- demus dei mscr. A noi è parso che la lezione ricavata da Al sia da preferire a tutte le correzioni proposte. Voi, alberi, in- vano foste amorevolmente educati dall'antico signore; ora, per le imprecazioni che egli fa, bru- cerete per fiamme celesti, piut- tosto che cadere sotto il ferro di quel barbaro.

Abbiamo accolto la correzione love proposta da Mae- hly e dal Haupt, senza la pre- poa. Lo stesso uso, di ahi. I, 6, 1; Ep. I, 1, 94; 19, 13 e in altri posteriori.

Schmidtii scripsi discet Eskmhius, ut Liiim. Bella que- sta immagine del piccolo bosco in fiamme, splendente nel cupo aere, cyaneo ' fosco ' da xuàveoc. La voce latina comparisce qui la prima volta, poi in Plinio X, 47, 1, e in qualche scrittore cristiano.

Il quale in Lyd. Sic precor, et nostri s superent haec carmina votis. Non raramente tro- viamo presso i poeti con diffundo il dat. XI latis diffundite campis. II coluber mala gramina pastus. Ma panni sia anche buona variante la lezio- ne di A paxtos: Tristius hoc, uiemini, revocasti, Battare, carinen. Nigro multa mari dicunt por tenta natare, 55 Monstra repentinis terrentia sa epe iignris, Oum subito emersero furenti corpora ponto. Haec agat infesto Neptunus caeca tridenti Atrum convertens aestum maris undique ventis Et fuscuin cineretn canis exhauriat undis: Conside- rando che le Syrti africane son due, il poeta avrebbe dovuto au- gurare la terza nel posto in cui era il suo campo.

L'espressione soror altera nell' intenzione dello autore sarà forse da intendere in questo modo, che una delle due Syrtes era da chiamare soror prior e questa nuova soror altera. Il significato della parola è vario, secondo quello che si attribuisce a Battare cui è le- gato.

Esprime anche il ripe- tere un detto o un fatto, e in questo caso il pensiero contenuto nel verso sarebbe: Ma la personalità di Battaro rimane sem- pre un'incognita! Raro è l'uso tran- sitivo di emergo, come in questo verso; nei lessici trovo registrato soltanto un esempio di Manil. Qui, come nel v. Nam tibi sunt fontes, tibi semper fluuiina amica. Flectite currentes lymphas, vaga flumina, retro, Flectite et adversis rursum diffundite campis; Incurrant amnes passini rimantibus undis cauis exauriat L 61 ferrum A 63 neturne A noptune C tuis O tuas corr.

Ci- cerone De Ora't. Gli antichi rappresentavano i fiumi e le divinità fluviali fa- cili all ; ira; cfr. L'El- lis vorrebbe leggere ' nihil est quo pergam ulterius. Emanent subito sicca tellure paludes Et inetat hic iuncos, spicas ubi legiinus oliin, Occupet arguti grylli cava garrula rana. Tristius hoc rursum dicit mea fistula carnien. B contiene servire con tentativo del primo amanuense di correggere exire f e di mano posteriore sopra- scritto exire.

Domanda pure se erronibus possa considerarsi voce classica. Tali gravi considerazioni m'indussero a mantenere la lez. La voce occupet si- gnifica genericamente 'occupare' ' invadere ' un luogo, un posto; il poeta vuol significare il tra- sformarsi del campo coltivato, in palude, e si serve di due imma- gini viventi fornite dall' uno e dall'altra, il grillo e la rana, sen- za sottilizzare intorno alle dimen- zioni dei due animali.

O male devoti jnae tortini crimine agelli, Tuque mimica tui semper discordia civis! En prima novissima nobis, Intueor campos longuni: Enra valete iterum, tuqne optima Lydia salve; 95 Sive eris et si non, mecum morieris utrumque. Extremum Carmen revocemus, Battare, avena.

Dnlcia amara prius fient et mollia dura, Candida nigra oculi cernent et dextera laeva, Bàhrens. Il gregge se- guiva l'antico padrone, che dal colle non sa finir di guardare il perduto campo. Il poeta ha imprecato nei versi precedenti l'inondazione; ora, guardando i campi da lon- tano, si compiace nella sua visione che il vortice delle onde minac- ciose resti a lungo su di essi. Accolgo l'interpretazione propo- sta dal Wernsdorff: X 19 [in questa collezione, voi.

Quamvis ignis eris, quamvis aqua, semper amabo: Gaudia semper enim tua me meminisse licebit. Il poeta è seguace della teoria atomica, la quale riconosce- va resistenza di diverse specie di atomi, che mai confondevansi fra loro; ogni specie dava origine col continuato moto ad un particolare elemento dell'universa materia. Scholi l alle Dirae contenuti nel Laurénziano 33, Ideo autem Bactarus d ictus a Bactaro quodam rege orientali qui de Scithia expul- su8 una cura gente sua iuxta predictum fluvium consedit.

Ideo autem Bactarum in hoc opere induxit Virgilius eo quod sicut ille explusus fuit de agris suis et mutavi t sedes, ita et Virgilius perdi ti 8 agris Romani accessit, ubi sedem et mansionem elegit. Ad hoc respondet Vergilius et dicit: Dicit hic quod non habet quid ulterius perdat, unde in- vocat Ditem, idest Plutonem, dicens: O Dis, flecte nymphasla- bentes et flecte retro labentia flumina et diifunde illa campis nostri s et annes, nec permittas campos nostros exire eorum fines.

Conqueritur quod exul et egeus relinquit agros suos da- tos iam militi, in premium belli, et quod si voluerit ire revi- suros campos et silvas, milites obstabunt et domini, et quod solum licebit sibi audire mentionem agrorum.

Invideo vobis, agri formosaque prata, Hoc formosa magis, mea quod formosa puella Est vobis: L'aggettivo del primo verso ha suggerito in questo la compiacente ripetizione. Vestra, quia absum '. Con questo si- gnificato e con valore transitivo lo trovo adoperato nella poesia augustea, prima d'allora è costan- temente d'uso intransitivo. Comu- nemente non per questo i poeti idillici invidiano- il prato , ma perchè su di esso cammina l'agile piede, o il bel corpo della donna amata.

O fortunati nimium multumque beati, In quibus illa pedis nivei vestigia ponet Àut roseis digiti s viridem decerpserit uvam Dulci namque tumet nondum vitecula Baccho Aut inter varios Yenerem stipantia flores 10 7 et interea mibique A interea O inter vos Ribbeck. Quest' ecloga dunque farebbe parte di una raccolta, ormai perduta, di canti ed elegie d'amore del nostro ignoto poeta?

Lydia di consueto meditatur e. A torto s'avvisarono il Ribbeck e il Bàhrens di correggere questa parola, che sta tanto a proposito. É il motivo comune del niveo pie', del candido sen che preme il suolo, etc. Si trattava dunque di uva primaticcia ' uva lugliolina ' se il resto delle viti non vantava ancora V onor dei sui grappoli. At male tabescunt morientia membra dolore Et calor infuso decedit frigore mortis, Quod mea non mecum domina est. Non ulla puella Doctior in terris fuit aut formosior; ac si 25 Fabula non vana est, tauro love digna vel auro re 14 declinarit BA re clinarit C declinarit L corr.

II et omnes fere editi. Tibullo II, 5, 53 concubitusque tuos furtim. Felix taure, pater magni gregis et decus! Sive petis montes praeruptos, saxa pererrans, Sive tibi silvis nova pabula fastidire Sive libet cainpis: Et mas quieumque est, illi sua femina iuncta 35 Interpellatos numquam ploravit amores. Veneta et poster. Ver- suggerito al poeta lo svolgimento so spondaico, e non il solo nel- dei versi Il si- 29 vaccula diminutivo di conio gnificato che bisogna attribuire catulliano; lo troviamo adoperato al verbo è un po' recondito.

II al 35 UH sua femina iuncta, sott. Di altri diminutivi il poeta ' semper est ' e per il collega- si compiace fare uso ai v. Il nostro autore vano, muggiti di dolore '. Luna, dolor nosti quid sit: Phoebe, recens in te laurus celebravit amorem , Heinsius 40 phoebe currens atque aureus orbis O iuque vicem Phoebi currens argenteus orbis Naekius inque vicem Phoebe, cut est Aetolius heros Jaeobus Phoebi currus fugat aureus orbis Bib- beck.

Phoebus currens cadit aureus undis Bàhrens. Phoebi currens cadit aureus orbis Bothsteinius Phoebi currens abit a. Ma il campo è quello stes- so che poi gli fu tolto, o un altro! Nel primo caso l'idillio è ante- riore alle Dirae, nel secondo po- steriore.

E nota l'indeter- minatezza delle voci significanti colori presso i latini— pallida do- po viridem produce contrasto di colori, cfr. Esprime con un nuovo con- cetto la stessa determinazione di tempo voluta significare col verso precedente: Il verso è stato variamente emen- dato; ma abbiamo preferita la cor- rezione proposta dall' Eskuche. Da questa separazione pare che il poeta derivi la notizia del dolore soiferto dalla Luna. Semper habebunt Te coma, te ci- tharae, te uostrae, laure, phare- trae etc.

Omnia caelestes secum sua gaudia gestant 45 Aut insparsa vident murido, quae dicere longum est. Aurea quin etiam cum saecula volvebantur, w. Phebe gerens in te laurura amores Li 44 et quae B et que C nisi BOLL 1 - non D silvis O et quem nympha deum, nisi ludis, fama, socuta est Putschius et quae pompa deum non signis furta locuta est Schopenus et quae pompa deum non Bignis facta locuta est Jacobus et q.

Veneta Scoti 45 omnia vos estis O L supra vos 8crips. Bahren- siana scribere vult et in hoc versu omnia vos nostis hac significatane: Come te e rese celebre il tuo amore '. Pan, nel rac- era dio della solitudine campestre, conto di Ovidio Mei. Il poeta volle significarci: Quest'allusione mi- la siringa; tutti i celesti hanno — 73 Condicio similisque fuit mortalibus illis.

Ausus ego primus castos violare pudores Sacratanique uieae vittam temptare puellae Immatura inea cogor nece solvere fata! Sabinue tentare C 55 immatura meae quoque nece in marg. É noto che gli antichi credevano come ogni uomo nascesse sotto l'influsso di nna stella da cui traevano pre- destinazione a buona o a cattiva sorte. Quella di Minosse fu di a- vere una figlia Ariadne, che a- vrebbe offerto a Teseo il modo di uscire dal Labirinto dopo ucciso il Minotauro e l'avrebbe poscia seguito.

Parrai che il poeta non sia stato felice nell' addurre questa leggen- da come esempio della ininterrotta unione di duo cuori amanti nell'età eroica. Non mea, non nllo morcretur tempore fama, Dulcia cum Veneris furatus gauclia primus Dicerer atque ex me dulcis foret orta voiuptas.

Ho corretto sui lontananza di Lydia. O- il suo furtivo amore'. Il nostro riginale questo desiderio d' im- autore, poeta dotto, si riferisce ad mortalità. Tum credo fuerat Mavors distentus in arinis; Nam certe Vulcanus opus faciebat, et ille Tristi turpabatque mala fuligine barbam.

Kon Aurora novos etiam ploravit amores Atque rubens oculos roseo celavit amictu! Adoni vel ephebo et quocum tenera Putschius et mare cum tenero Lachmannus et Ribbeck. É da riferire a Venere o ad Adone? Ma più felice ancora mi è parsa la cor- rezione proposta dal Petry, che ho accolta, perchè muta solo UH in ille ed il senso corre chiaro ugualmente 4 e insozzava la sua barba di nera, indecorosa fulig- gine '.

Per l'uso di et at ille in fine di verso riferito a nome proprio precedentemente espresso, è quasi superfluo citare luoghi somiglianti di altri poeti; cfr. I, 20, 49, Ovid. I , X Per lo spostamento dell'enclitica que cfr. I 3, 56 sgg. Naturalmente Aurora avrà pianto la morte del disgraziato, quantunque infedele amante.

Sors o mea laeva Nascendi miserumque genus, quo sera libido est! Fata mea e vitae eur sic fecere rapinam, XJt maneam, quod vix oeulis cognoscere possis? Ho preferito la con- mini dell'età dell'oro? Il Nake alla sua 79 meae vitae fecere rapinam etc. È appena il caso di ricordare che i diversi generi poetici sono appunto diversi, perchè attingono materia ed ispirazione dalla varia realtà della vita, dal patrimo- nio di sapere scientifico o religioso creato e tramandato dal pensiero umano attraverso i tempi, dalla fantasia dell'artista.

La materia è trattata alla sua volta secondo che essa fa vibrare la nota epica o la tragica, V elegia- ca, o la satirica, la comica , o l'idillica ; e la meta cui mira V artista è più varia ancora, anzi con rigore di giudizio essa, più che varia, è personale.

Ogni artista, scriva in prosa o in verso, mira a sollevare quelle sen- sazioni estetiche, a suscitare nell'animo del suo lettore quelle considerazioni che egli vuole si sollevino, e per cui si crede adatto. Non troverai nei miei versi Centauri, o Gorgoni, od Harpiej apprenderai a conoscer l'uomo, dai versi miei '.

Ed ai giorni nostri il peso del giudizio del grande epigrammista latino è reso formidabile da alcuni coefficienti del tutto moderni: Ma è ufficio del filologo far rivivere costui, almeno per poco, nell'ambiente d'arte in cui si formarono i poemetti mitologici, perchè egli sia in grado di comprendere e valutare quei pregi pei quali essi vennero lodati da quella schiera di contempo- ranei che tal genere di poesia apprezzava.

E e osi, come non son tutte spine i cespugli che cre- 1 Cicerone De Orat. I primi apprezzano l'epigramma, la satira, la poesia drammatica e il resto non ascrivono fra le vere produzioni artisti- che; i secondi trovan nei tipi leggendari maggior bel- lezza perchè materiati di umano, ma superiori alla real- tà mediocre; nelle vicende strane un' atmosfera di fantasia, necessario alla vita di esseri superiori; e in- fine nelle virtuosità erudite e tecniche il cemento aristocratico dell'insieme, il tocco sentito dagl'iniziati, muto per il volgo profano.

Guscio— 6, — 82 — Questa specie di poesia a volte si lasciava prender la mano dall'erudizione, ma si scuoteva tosto, e senza passaggi o nessi di transizione, diveniva drammatica nel racconto di un caso pietoso. La miscela deliziava il lettore antico iniziato. Vergilio nell'Ecloga VI col canto di Sileno ci mostra che appunto in quel campo, come in quello filosofico e scientifico, avea fatto non poche letture traen- done spunti di narrazioni in pochi versi, accenni con un sol verso, reminiscenze ed imitazioni non prive di caratteristiche del suo talento poetico.

D'altronde Catullo sedea fra i grandi, Calvo con VIo, Cinna con la Zmyrna aveano acquistato celebrità, forse alla stessa famiglia apparte- neva il Gryneum di Gallo, per cui tanta lode Vergilio tributa all'amico x. Non è temerario il pensare che il maggior poeta epico di Roma sarebbe stato scrit- tore di piccole epopee mitologiche, se l'amicizia di Mecenate e d'Augusto non lo avesse spinto a più e- levate visioni di poesia nazionale.

His adiungit, Hylan iiautae quo fonte relictum clamassent, ut litus ' Hyla Hyla ' omne sonaret; ora, con ben altri sensi, scrive, v. Cui non dictus Hylas puerf Non ebbe la stessa fortuna, come non ebbe lo stesso ingegno, Pautore ignoto della Giris: Era in voga il poemetto mitologico e la metamorfosi, perchè non seguirla 1?

Scylla è Peroina, la passione per Minosse, e Pinu- mano castigo che ne ritrae con la trasformazione in CiriSj ne è Pargomento.

Ma prima di dar principio alla narrazione, il poeta dice al mecenate cui lo dedicava, che s'era consacrato alla filosofia, e che licenziava Pepillio solo perchè da più tempo vi avea intorno lavorato e non avea voluto la- sciarlo a mezzo. Ma non è il primo che im- prenda a verseggiarlo; e per giunta i poeti han rap- presentata l'eroina e la sua trasformazione in maniere diverse. A questo punto invoca le Muse v.

Nella città di Megara fiorente regnava Niso, padre felice di un'ambita figliuola, Scylla. Venne Minosse e la cinse d'assedio. Niso e i suoi sudditi non lo temevano, giacché egli avea sul capo un riccio di purpurei capelli, se- gnacolo d'immunità del suo regno da qualsivoglia forza nemica, secondo la predizione dell'oracolo. Ma Cupido che ai danni dell'uman genere attende, accese d'amore la vergine donzella per Minos; la fiamma la strugge; ne sconvolge il cuore e la mente; nel delirio di amore Scylla divien forsennata [v.

E già notte; per la magione di Niso il sonno e la quiete regnan sovrani, quando l'infelice donzella fuori di se, esce dal suo tormentoso lettuccio e dal congiu- rato gineceo, armata di un ferro e s'avvia alla stanza paterna.

Ma Carme, la premurosa nutrice, la raggiunge, Pinduce a tornare sui suoi passi, a svelarle ogni divi- samento, ad aprirle il cuore [v. Scylla e Carme tentano d'indurre Niso alla pace, e quindi alle desiate nozze; ma questi non piega a preghiere ed a pianti, Carme non lo raggiunge con forza d'in- canti.

Allora Scylla ritorna al primo suo divisamente [v. Recide la ciocca paterna protettrice della patria, Me- gara cade in potere del nemico, e con essa la mal con- — 85 — i sigliata donzella, che schiava già vien condotta da Mi - nos in Creta [v. Miseramente ignuda, legata alla nave, Scylla sente e vede allontanar dal lido natio le vele che traspor- tano tanta ingiustizia e tanta crudeltà. Allora Giove si commuove di Niso, che è' già fra le ombre nell'Averno, e lo richiama a vita trasformandolo in aquila marina, eternamente nemica alla folaga.

L'esordio è involuto, protratto da un par- ticolare svolgimento di un' immagine che entra nel discorso come paragone, e diventa alla sua volta ma- teria di ben quindici versi il peplo di Atena.

La proposizione è erudita e polemizzante, notevole forse solo per questo secondo carattere, utile per il primo al mitografo moderno; ma sprovvista di sonanti versi espositivi, se si eccettuano quelli che l'autore trasse da Vergilio v. L'in- vocazione contiene un brano non privo di sonora ca- denza, ma composto di briciole vergiliane da cui, forse per corruzione di testo, non riusciamo a cavare age- volmente un significato l: La narrazione epica è rivestita nel suo cominciare da epici ornamenti di stile, contenuta in versi ben costruiti: Ma non studio di cuore umano ci offre il poeta, non ricostruzione del sorgere di un potente affetto, concepito in circostanze che nella vita acccadono.

Il racconto di questo particolare episodio v. Le linee fondamentali di esso ci dicono che si tratta di viete invenzioni a base di deus ex machitia: Scylla, invasata da forsennato amore, trascura le verginali e consuete occupazioni, l'interna fiamma la strugge, e poi che vede che nessun sollievo le riesce trovare, pensa di dar esecuzione ad un patto di amore, proposto da Minos: Il poeta, conservando al suo epillio il carattere che gli è proprio, di accennare cioè gli eventi, e di svolgere il dramma dell'animo, s'è fermato alquanto nel rappre- sentarci la reale donzella, vittima d'una fatale passione.

Conseguenza di questa sarà distruzione e morte. Se incensurabile nella parte formale è 1' apostrofe , non priva di difetti è la appresentazione delle smanie amorose di Scylla. Di- fetti per il lettore moderno, più che per i contempo- ranei del poeta, ai quali il paragone dello stato d'ani- mo della vergine donzella con una baccante tracia od una sacerdotessa di Cybele sarà parso abbastanza vivo e lumeggiante: Quae simul ac venia kausit sitientibus ignera et validum penitus concepit in ossa furorem, saeva velut gelidi s Edonum Bistonis oris ictave barbarico Cybeles antistita buxo, infelix virgo tota bacchatur in urbe, etc.

Almeno si fosse limitato a farla cam- minare, pur forsennata, per le stanze della magione — 88 — retile! Né inanca la sentenza, difficile a sbucciare dalle parole che Pinvolgono, nel v. La descrizione del tentivo fallito si compone di un brano narrativo, piuttosto breve, v. Il brano narrativo ha pregi esteriori non mediocri di fattura di verso, ed espressioni cui conviene la ca- ratteristica oraziana di curiosa felicitai.

Il penultimo verso, se il testo di esso non verrà sostanzialmente corretto, introduce un' inverosimiglian- za. Scylla si ferma sul limitare della stanza paterna e 1 suspicit adclinis nictantia sidera mundi '. Non altrettanto felice è la parte oratoria di questo episodio. Quam simul Ogygii Phoenicis filia Carme surgere sensit anus sonitum nam fecerat illi marmoreo aeratus striderla in limine cardo , corripit extemplo fessam languore puellam et simul ' o nobis sacrum caput ' inquit ' alumna, etc.

Un verso, che in un modo qualunque esprimesse lo alzarsi di Carme, e il correre dietro alla pupilla, che 1 De Ciri Carmine coniectanea, Gottingae , pag. Carme raggiunge Scylla ' fessam languore puellam ' ed esce in lamenti e preghiere acciocché le confidi i segreti del cuore. A me non par ricercato mezzuccio lo svenimento della donzella, escogitato solo per dar tempo alla nutrice di raggiungerla, quanto pàrmi au- dace questo colloquio, alla porta del re Niso, senza che questo si svegli.

Forse perchè il riccio rosso dei suoi capelli gli permetteva di dormire sonni tranquilli! Non è il solo poeta dell'antichità che abbia trascura- to o non sia riuscito a mantenere siffatta convenienza.

Ma restiamo sorpresi dinnanzi al suo stupore, che Scylla vigili tempore quo fessas mortalia pectora curas, quo rapidos etiam requiescunt flumina cursus. Sapevamo che gli uomini dan tregua la notte alle affannose cure, ma. Il verso poi è a- dattamento del vergiliano ' et mutata suos requierunt flumina cursus ' Ed, Vili, 4 ove i fiumi si fermano — 01 — per stare a sentire Orfeo; ma quanto infelice adatta- mento!

Dopo questo sproposito, Carme ritorna ad es- sere dotta e mitografa nella sua" parlata: Alla parlata di Carme seguono alcuni versi che rial- zano il merito narrativo del poeta; egli ha premura di far rientrare l'abbattuta vergine e la nutrice nelle loro stanze, e quivi fa pronunziare la risposta a Scylla, e la replica alla sua consolatrice.

L'una e l'altra non differiscono gran fatto dalla prima parlata che abbiamo succintamente esaminata. Le parole di Scylla non mancano di calore, e di una tal titubanza, assai ben condotta, prima che essa ma- nifesti chi sia l'uomo amato e il nome che porta; s'intendono agevolmente, carattere pur troppo non co- mune al resto dell' epillio, hanno pur del drammatico quand'essa mostra il ferro bidente con cui era de- cisa a compiere l'atto funesto; ma proprio le due parti più passionate e salienti sono chiuse da due trascri- zioni di versi vergiliani, v.

Vili, 60 , v. VI, che sono tuttavia opportunamente condotte. Ma in un verso che sta tra l'una e l'altra leggiamo un breve inciso, che tradisce e conferma l'insufficienza dell' imitatore v.

All'episodio, che possiam chiamare oratorio, tien dietro un sollecito brano narrativo, che il poeta, dopo aver detto che inutilmente Scylla e Carme tentano d'indurre Niso alla pace, chiude con questi cinque versi: Ergo iterura capiti Scylla est inimica paterno.

Tum coma Sidonio florens deciditur ostro, tum capitur Megara et divum responsa probantur, tum suspensa novo ritu de navibus altis per mare caeruleuin trahitur Niseia yirgo.

Ciascun verso riassume un episodio del mitico dram- ma; né in maniera più breve era possibile enunciare gli anelli intermedii dell'azione, dal punto in cui il poeta con qualche particolarità di racconto ci ha in- formati, fino a quello su cui di nuovo si ferma. Il procedere per sommi capi in quegli episodi in cui non c'era dramma dell'animo costituiva un canone di arte per il poemetto mitologico, e il nostro autore non l'ha dimenticato.

Anzi credo abbia avuto in mente un luogo di Catullo 64, che con pari speditezza in tre versi espresse tre momenti di un azione che secondo le umane consuetudini non suole effettuarsi in un gior- no e nemmeno in due: Tum Thetidis Peleus incensus fertur amore tum Thetis humanos non despexit hymeuaeos, tum Thetidi pater ipse iugandum Pelea sanxit.

Il nuovo episodio che l'autore introduce è anch'esso oratorio, i lamenti di Scylla, ignuda legata alla nave, — 93 — solcante l'Egeo, prima leggermente mosso, poi sollevato forte dai venti. Esso comincia con alcuni versi, cui il poeta affida l'ufficio di rappresentare come in un quadro Oceano, Teti, Galatea, Leucotea con Palemon, i Tindaridi, stu- pefatti miranti la nave mentre scorre per mare e por- ta, con inusitata pena, la vergine ignuda esposta ai loro occhi curiosi. In questi dieci versi noi troviamo raccolte, come in una mostra, le varie maniere con cui il nostro buon costruttore di versi attinge da Vergilio.

Questi aveva attribuito a Proteo due specie di cocchio: Il nostro poeta attribuisce a Leucothea col suo figliuolo Palemon gli stessi cocchi di Proteo; ma siccome rappresenta in a- — 94 — zione, e non narra, imita male a proposito: Leucotea avrebbe dovuto accorrere a veder Scylla, sopra l'uno o l'altro cocchio. Ma non trascrive letteralmente, muta qualcosa, e in meglio: Leucotheeque deum cum matre Palaemona dixit.

È assai pro- babile quindi che i due poeti abbiano attinto da un poeta greco, che potè esser Partenio; l'autore della Ci- ris traducendo alla lettera l. Dopo una traduzione letterale, una trascrizione quasi letterale nel verso , da Vergilio Ed. È anche questo un verso tradotto dal greco? IV risalgano ad una fonte comune 2. Ma l'autore della Ciris, conservando il carattere che 1 A. Dal Zotto La Ciris e le sue fonti greche Feltre , pàg.

Il verso greco che ricava è questo: Il verso greco sarebbe: Nell'impiego di questo verso poi parmi sia stato più felice di Vergilio, giacché il pensiero che esso contiene si adatta egregiamente ai Tindaridi figli di Giove, mentre con ampliamento re- torico soltanto puossi attribuire al figlio di Pollione.

E finalmente i due ultimi versi del brano riportato sono anch'essi trascritti dall'Eneide II, tolto un vocabolo frustra, che qui non avrebbe avuto ra- gione o significato, e in Vergilio ne ha e non ne ha 1. Certo avrebbe potuto dir meno cose, e sopratutto e- sprimerle in maniera più intelligibile di quella che le accade di seguire, ma considerazioni poco o punto con- venienti allo stato suo non ne.. Alcune frasi hanno intonazione forte, ben adatta a segnare un punto saliente nel discorso; nel principio leggiamo, v.

Vili , 1 Vedi il Commenta. La chiusa del lamento è fatta con lodevole accorgimento, per il pensiero che il poeta fa pronunziare alla sua eroina.

Questa attribuisce la fine sua miseranda, v. Scylla ama tuttora il suo tiranno! Al lamento segue la trasformazione, determinata dal- la pietà d' Amfitrite.

La descrizione della metamorfosi è un quadretto ricco di pregi: Meno male che è seguito da un altro di molto pregio descrittivo, sgg: Ma quan- to ad originalità restiamo pur questa volta delusi: In quest'ultimo episodio delPepillio non mancano, come nei precedenti, le imitazioni e le trascrizioni ver- giliane, tra cui imprevista riesce quella di quattro versi intieri, tratti dalla Georg.

S'adattano al luogo senza sforzo od industria alcuna, perchè Vergilio li avea composti per lo stesso uccello ciri8 e per il medesimo concetto, che vuole esprimere l'anonimo poeta. Ne fu autore Vergilio o sol- tanto traduttore dal greco I posto pur quest' ultimo caso, fu lui che diede al concetto greco veste latina, in una bella strofe, con rima: Abbiam veduto di quali episodi si componga l'epillio e come sian condotti; facciamo ora qualche considera- zione sull'insieme di essi.

Il tipo vien co- stituito da un guerriero animoso e bello che da lontani paesi giunge in una città fiorente per farla teatro di 1 Vedi commento. La figlia del re se ne innamora, dimentica pa- tria e famiglia, dà aiuto all'eroe che senza di essa non sarebbe riuscito nell'impresa, spera in ricambio amore e nozze, ne ottiene ingrata dimenticanza. Questo tipo di racconto individuato con episodi e nomi, diviene il racconto della conquista del vello d'oro, ovvero quello del Minotauro ucciso da Teseo, ovvero questo di cui trattiamo, e che possiam chiamare la conquista di Me- gara: Nel racconto leggendario di Scylla c'è di più l'elemento mitico, la trasformazione.

All'abbandono di Arianna i poeti antichi non fecero seguir altro che la morte infe- lice; a Medea appiccicarono tutta una serie di fantasti- che avventure; a Scylla una metamorfosi. Catullo, restringiamo le citazioni agli scrittori latini, dà principio alla sua narrazione di Teseo ed Arianna col presentarci l'eroe ateniese l ferox robore ' in mare verso Creta con coraggioso proponimento: Giunge al cospetto di Minosse, Arianna lo vede ed arde d'amore: Ovidio, nel racconto che fa di questa medesima leg- gendaria avventura, consacra più versi al primo sorgere della passione di Scylla, che la concepisce fra circostanze umane; e alla bellezza vigorosa di Minos 2.

Catullo ed Ovidio narrano con leggi di arte presso a poco u- guali a quelle cui sottostava il nostro poeta, quindi ci fermiamo ad essi ed evitiamo di allargare i punti di confronto a Valerio Fiacco, ad Apollonio perchè costoro, avendo innanzi a se tutta una tela epica da riempire con un poema, poteano ben largheggiare in episodi e in particolari descrizioni.

Ili e Gor- tynius heros v. Quest'amore poi vien concepito per intervento di una divinità irata, un deus ex ma- china per nulla necessario, come avanti osservammo. Gli episodi seguenti, abbiamo visto, sono in gran parte oratomi; Carme conforta Scylla, e si duole della sua sorte in due lunghe parlate; Scylla confessa il di- visamente a Carme e si lamenta, prima di trasformarsi, con due non meno lunghe parlate.

Frattanto il poeta con fretta imprevista in tre versi enumera tre episodi: Scylla recide i capelli al padre, Megara vien presa, la figlia di Niso vien legata alla nave di Minos.

Dei priini due poco male se egli si trasse d'impaccio con due versi, ma per il terzo la cosa è un po' diversa. Egli, tipo di uom giusto dovea ben punirla, ma non era neces- sario che scegliesse quel modo. Medea ed Arianna sono soltanto abbandonate da Giasone e da Teseo, ed anche Scylla nel racconto di Ovidio, è lasciata da Minos sul suolo della tradita patria, perchè questi non la ritien degna che venga raccolta.

Forse per preparare la metamorfosi! Ecco in qual modo la immagina Ovidio: La vide il padre dall'alto, che già roteava per l'aria, divenuto falco grifagno dall'ali fulve. Forse il confronto con Ovidio rende l'apprezzamento nostro più severo, ma certo è che la punizione fatta subire a Scylla dall'autore della Ciris è strana, ricercata e vo- luta per suscitare la meraviglia con l'inopinato.

Già l'esordio è una lungag- gine senza fine, la seconda parlata di Carme una rap- sodia mitologica di poco o nessun interesse, una geo- grafica rivista di isole e coste v.

Tutto sommato l'autore della Oiris non è artista che crei la figura con conveniente carattere, che narri con misura, che sappia distribuire le parti. Il suo merito si riduce a tecniche virtuosità metriche, a spunti ora- tori, a felici espressioni; la sua caratteristica è, lo ve- dremo più chiaramente in uno dei capitoli seguenti, una sorprendente attitudine ad immedesimarsi espressioni e nessi di altri poeti, ed anche versi e periodi interi senza far sentire la cucitura o l'adattamento.

L'autore c'informa nel proemio, che scrisse l'epillio nei giovani anni v. La sua predilezione verso i modelli greci gli fa de- rivare da essi tanto numero di nomi propri e comuni da superare ogni altro poeta latino: Il nome proprio Haliaeetos v. Vili e più tardi in Plinio; oestrus è poi adoperato da Stazio Theb. I, 32 e Giovenale 4, L'amore al grecismo si rivela pure nell'uso di due vo- caboli: Non vogliamo assoggettare la lingua di questo poe- metto a particolari computi numerici che hanno efficacia di buoni resultati in poesie brevi, dubbi invece in com- posizioni come queste che contengono un mezzo migliaio di versi.

Nel caso della Ciris, poiché la somma totale dei vo- l Ganzt'iitiiiiller Beitràge zur Ch'in, in ' Jalirb. Un'altra statistica, secondo la quale dei vo- caboli sono quelli che formano tutto il vocabola- rio del poemetto, mentre il resto circa costi- tuisce un ritorno delle stesse voci e particelle, 2 non risulta nemmeno essa del tutto ostile all'autore. Per ostentare dottrina costruisce espressioni oscure, quali: Infiorano anche il poemetto i vezzeggiativi catul- liani, quali , frigldulus lectulus o di conio catulliano 3 hortulus tabidulus , ocellw, , nutricula, parvulus oi comuni puella, capii- lus, labellum.

Maggior sobrietà fa desiderare quanto all'uso di al- cune figure rettoriche, fra cui spesseggiano le paren- tesi noto quelle che trovo conservate nella maggior parte delle edizioni: Né meno frequente si trova adoperata Vanadiplosi v.

Altre figure potrà notare il lettore nel corso dell'epillio, ma rare, e disposte a distanza, mentre passai limiti con- sueti l'assonanza, che quasi in ciascun verso si sente. L'autore del poemetto ha momenti felici ed allora costruisce esametri veramente armoniosi e nelle forme più elette: Assoggettiamo all'analisi i primi cento versi e otteniamo i seguenti risultati: Kreuneu Prolegomena in Cirin, Dotecomiae , pag.

I dattili sono gli spondei ; la percentuale dei primi non è alta. Vero è che i migliori poeti dattilici non raggiunsero l'eguaglianza numerica dei due piedi; ma avvicinarono assai di più le due somme. Nei cominciamenti è meglio conservata labuenapro-. Tutte le sedici forme possibili ricorrono nella proporzione seguente: Eiportiamo un quadro comparativo redatto da 0. A questa monografia rimando il lettore che voglia più particolari e numerosi ragguagli intorno alle elisioni nella Ciris.

Il nostro autore non consegue nemmeno l'eccellenza quanto al posto dell' elisione. Ne troviamo una sulla prima arsi v. Biguardo diviato è da notare che due casi si riscon- trano in due versi trascritti da Vergilio, e sono: Tre altri casi sono propri del nostro poeta: I, 19, 19 imitatores; e in Ovidio Met. X inscribit et AI AI. Con la medesima voce Vergilio chiude cinque esame- tri: IV, , , En. Ma è da notare che la proporzione delle chiuse quadrisillabiche in Vergilio è quasi del doppio ne ha complessivamente 52 , e che i poeti augustei si permi- sero il quadrisillabo finale solo con nomi greci, il ca- so della Oiris e più specialmente con nomi propri gre- ci.

Con nomi latini, alla maniera enniana, ne ha soltan- to Vergilio En. IV semiviro comitatu, VI 11 men- tem animumque etc.

Il numero di essi supera ogni pre- visione, giacché ne leggiamo 15, e sono propriamente 1 Bieling De hiatus vi atque usu apud poetas epicos qui Augusti aetate floruerunt. Per valutare la proporzione degli spondaici nella Oiris, ricordo al lettore che in Catullo se ne leg- gono 42, in Yergilio 31, in Ovidio 50, in Lucano 14, in Stazio 7 x.

In conclusione dai caratteri metrici di questo poemet- to non possiamo derivare una determinazione cronolo- gica sicura: Trattiamo ora dei moltissimi contatti che questa poe- sia contiene con Lucrezio, Catullo, Vergilio, Ovidio ed altri poeti, contatti che non si riducono a semplici re- miniscenze, ma sono spesso trascrizioni di frasi, di versi, di nuclei.

L'elenco seguente non è quello stesso che il Bàh- rens raccolse in fine al secondo volume dei suoi PLM. Egli nel redigerlo s'avvalse dei raffronti fatti dallo Schrader, dal Sillig, da L. Schwab, ai quali altri nuovi ne aggiunse; io mi giovo di esso e di quello più recente raccolto dal Ganzenmiiller 2 , che tenne conto delle ricerche fatte dal Kreunen 3. Inoltre, seguendo il mio metodo, ho distribuita tutta 1 Ganzenmiiller, op. Avverto il lettore che non sempre le imitazioni indicate dall'A.

Quest'elenco ha ben diversa importanza di quella che uno somigliante possa avere nello studio di altre poesie. È noto che nessuna ha tanti contatti con altre quanto questa, ma non sono ugualmente noti a tutti i lettori i caratteri particolari di essi, e le questioni cui recentemente han dato origine.

Il primo numero indica il verso della Ciris. Pure la sua curiosità non era paga. Pure le mancava di vedere e di conoscere il me- glio. Ma dov'erano, dove abitavano, dove si nascondevano i cavalieri caritatevoli? Con sentimiento profundo; ma poi si morse le labbra. Madamigella Gipsy strinse anch'elle contro il petto un piccolo libro: La sala rimase deserta. Ma un'animazione in- solita era nelle stanze vicine, in quei salottini ci- vettuoli dove forse le cameriere silenziose servi- vano i liquori e il caffè, dove le poltrone erano sof- fici e i molli cuscini abbondavano.

Voci, sussurri, risatine giungevano da quelle stanzette raccolte; 62 e la signorina Giulietta tendeva gli orecchi come per afferrare una parola rivelatrice, una voce nuova, una cara voce maschile.

I ca valieri erano entrati nei salotti! La signorina Giu- lietta, sola nella sala da pranzo, si teneva il cuore ascoltando. Fra poco, fra un minuto, fra un istante E le avevan detto ch'era giovane! E le avevan detto ch'era bella! Ma quando fu nel corridoio sul quale davan le porte di quasi tutti i. Ascol- tava e guai dava, forse non veduta. Allungava il collo e poi lo ritraeva. Tutti, tutti erano come li aveva voluti Miss Mowrer: La loro conver- sazione doveva essere deliziosa.

C'era chi parlava in piedi davanti alla dama, c'era chi sedeva con gli occhi leggermente socchiusi sulla poltroncina o sul divano, chi appoggiava il braccio alla con- solle, chi sorbiva il caffè, chi offriva la chicchera alla compagna, chi fumava la sigaretta in una nuvola azzurra, chi si accomodava il nastro di una decorazion': Un ca- valiere parlava, con cognizione di causa, della di- 63 stanza incommensurabile delle stelle dalla no- stra povera terra.

Una macchina a cen- toventi chilometri all'ora impiegherebbe trentotto milioni di anni per giungervi. Arturo è a quat- trocentomila miliardi di chilometri e si muove nello spazio in ragione di duemilaseicentoqua- ranta milioni di chilometri all'anno. La stella i del catalogo Groobridge In un altro salotto un cavaliere raccontava che un grande dottore americano — di Chicago, come Miss Mowrer — si serve unicamente della musica per curare le malattie delle sue clienti.

Qual'è la mi- glior cura per coloro che soffrono di depressione nervosa? La Canzone di primavera di Mendels- sohn! Come si cura la dispepsia cronica? Certe melodie di Bach sono prescritte contro i reumatismi Nelle malattie incurabili il nuovo metodo giova almeno a diminuire le sofferenze: Non tutti gli strumenti sono u- gualmente efficaci: Nel salotto attiguo un cavaliere narrava invece la storia della maionese, ch'è la regina dello salse fredde.

Alcuni pretendono infatti che essa sia originaria del villaggio di Magnon, altri so- sostengono che fu ideata dal duca di Richelieu dopo la presa di Port-Mahon; ma io, personal- mente, credo ch'essa sia stata ideata durante la giornata d'Arques.

Il duca di Mayenne era al campo Nei giar- dini si ascoltano mille voci diverse che par- lano d'amore, e sono il linguaggio dei fiori. Alla donna orientale non rimane altro scampo contro la feroce gelosia che la pietosa assistenza d'un fiore. Ecco che ad uno ad uno ne strappa i petali con le sue piccole dita, l'anima le trema, il cuore le batte Il cuore di lei ebbe un sussulto.

Comincia la mia nuova vita. Io non so come sia stato possibile creare questa natura e questa vita. Viviamo in un mondo di favola o in un mondo dove tutto è stato perfezionato, rifatto, rilavorato con cura?

Dobbiamo credere che ci sia stato un artefice che abbia corretto l'opera della creazione? Esiste dunque un Dio, un mago, una fata mo- derna che hanno riprodotto il paradiso perduto per rioffrirlo a noi povere zitelle? C'è dunque un mistero in quest'isola che è mille volte più pro- fondo del mistero della nostra vita? È possibile che i fiori, gli uccelli, le piante, le acque, gl'in- setti siano i colori, i profumi, le voci, i ronzii di questo mistero?

L'uomo che mi si è avvicinato e che già crede d'amarmi non è anch'esso una voce, — 67 — un'espressione, uno spirito di questo mistero?

Io stessa — che ero ieri una piccola, grigia, sperduta, viaggiatrice in un treno affollato, in uno scompar- timento di seconda classe- affollato — non sono oggi una voce, un'espressione, uno spirito di que- sto mistero? Chino il capo, e non mi rispondo. Il mio cavaliere, che conosce alla perfezione il regolamento dell'Istituto, ha già disegnato i confini del nostro amore.

Siamo già l'uno in faccia all'altra, sicuri dei nostri de- stini. E stata pro- nunziata anche la parola amore, con un fine sor- riso. Credo che la parola amore non sarà pronun- ziata mai più. Qua si continua a parlare della mia giovinezza, della mia eccessiva giovinezza, della mia straor- dinaria giovinezza.

Sono sbigottita, addolorata, u- miliata; perchè mi pare che tutti mi prendano in giro. Anche il mio cavaliere mi ha presa in giro. Insomma, quanti anni ho? Diciotto o quaranta- tre? Per le signorine e per il mio cavaliere non 68 più di diciotto certamente; ma essi sanno benis- simo che ne ho quarantatre, la cifra è su tutte le bocche. È invertito l'ordine del tempo? È spostato il limite della vita dell'uomo?

Si è dato alFuomo la facoltà di vivere degli anni in più? Si son re- galati all'uomo altri venti, altri trent'anni? È più esatto, signore, e lei dovrebbe sa- perlo! La signorina Diomira mi confessa di recarsi spesso da sola in un boschetto d'allori. Quando è la, fra quei sacri arbusti, la signorina Diomira chiude gli occhi, stende le braccia A- spetta d'essere tramutata in alloro, come Dafne.

E il suo cava- liere? Potrei con un mio solo rametto dargli una corona d'alloro. Essere una corona d'alloro, e nulla più! Che debba essere questo, un giorno o l'altro il destino delle signorine dei cavalieri poeti?

Mi fac- cio non senza trepidazione questa domanda per- chè il signor conte recita qualche volta dei versi che mi paiono suoi Tutto, tutto, un fiore, un albero, un frutto, un getto d'ac- qua, un'aiuola, un gorgheggio d'usignuolo, tutto è vero e tutto è più bello del vero.

Non so spie- garmi. Questa fiora straordinaria pare abbia invertito l'ordine delle stagioni. Le rose, i crisantemi, il biancospi- no, la gaggia, la mimosa, le glicine, i catalogni, le magnolie, gli oleandri, i tuberosi, gli aranci, fioriscono tutti in una volta. Là ci sono ancora dei peschi in fiore, qua ci son già dei peschi carichi di bellissime frutta.

E siamo ancora in aprile! Debbo essere molto grata alla signorina Clotilde la più anziana signorina dell'Istituto. Molto gen- tilmente ella mi ha consigliato di non chiudermi a chiave nel mio appartamentino, in nessuna ora del giorno. Questo avvertimento mi ha dapprima essai meravigliata. Ella so n'è accorta, ed ha sor- riso. Si tratta di una persona che non picchia alle porte, non domanda permesso e non annunzia le sue visite né il giorno prima, né cin- que minuti prima.

Lei ha capito, signorina? Fra le signorine dell'Istituto c'è una tisica: Ho voluto parlare con lei perchè non mi pareva dovesse essere felice come le altre. Invece, è fe- lice. Il suo cava- liere ha continui ordini dalla signora direttrice. Egli deve amare la sua dama forse con meno eleganza, ma con più trasporto e con maggior 71 frequenza. Deve anche scriverle molti biglietti ed evitare di chiederle notizie della sua salute: Quando tossisce, egli deve sorriderle impertur- babile.

Non deve mai dirle d'aversi riguardo. Se ella accenna, per caso, ad una medicina, egli deve parlarne come di un profumo. Insomma, il com pito di questo cavaliere è difficilissimo.

Quando ella morirà — mi hanno detto — egli solo dovrà vegliarla e chiuderle gli occhi. Fino all'ultimo dovrà dirle dolci parole d'amore.

Bi- sogna assolutamente ch'ella muoia felice. Una signorina disse allora, forse inop- portunamente, che se Miss Mowrer fosse stata una delle solite benefattrici avrebbe certo prefe- rito fare della sua villa un tubercolosario.

I miei occhi cercarono istintivamente gli occhi della si- gnorina Ermelinda. E se lei, proprio lei, fosse la signorina più fe- lice dell'isola? I Non ci son gatti nell'Istituto, né d'Angora né communi. Ne parlo alla signorina Eulalia. Un gatto è spesso la causa di un mancato matrimonio.

Il mio cavaliere è senza dubbio uno dei più distinti cavalieri dell'Istituto, forse il più distinto. È un conte decaduto Oh Dio, perchè scrivo questa sciocca parola decaduto? Perchè anche noi, che abitiamo l'isola, siamo si- gnorine decadute? Mi spiace di aver avuto que- sta sensazione quando egli mi disse di essere con- te e mi descrisse lo stemma della sua famiglia.

Come se un conte non avesse bisogno d'un po' di tranquillità ed anche d'un clima che è supe- riore a quello di Napoli e di Nizza! Dinanzi a lui io mi sento plebea. Io non merito i suoi inchini, non merito i suoi sorrisi, le sue attenzioni, le sue carezze mi carezza le mani , le sue parole lusinghiere, i suoi silenzi e i suoi sospiri.

Non merito sopra tutto le sue continue, insistenti parole di meraviglia per la mia giovi- nezza. E allora il pensiero di essere corteggiata non mi dà più alcuna gioia. Oggi, mentre il signor conte mi diceva dei bel- lissimi versi del Prati, ho pensato che probabil- mente le altre signorine, quando sono coi loro cavalieri, sono più felice di me.

La colpa è mia certamente, non del signor conte che diceva dei bellissimi versi del Prati. Mezz' ora fa la signorina Abigaille ha detto forte in un salotto: Anche i cavalieri hanno sorriso. Certo, è stato Cupido a far paura alla signo- rina Abigaille. E a me niente? Ci sono nell'Istituto tre signorine straniere: La spagnuola, la sefiorita Ramoncita, ha il suo ap- partamento accanto al mio. Mentre scrivo, odo lo scoppiettio delle sue nacchere. Tutti i giorni a quest'ora la signorina balla nel suo salottino.

È una delle poche signorine vivaci dell' Isti- tuto: Anche a me ha parlato un po' a lungo perchè siamo Mi ha detto che è contenta di tutto: Tutto, in- somma, le piace. Le manca solo una cosa: E vuol chiederne uno alla signora direttrice! Io non ho potuto nasconderle la mia meravi- glia. Invece, la signorina ha già preparato l'istanza. E mJinviterà nel suo patio ed ella vi ballerà i panaderos che sono i balli delle zingare della Macarena. È venuto come il vento di primavera che apre d'un tratto la finestra e mette il disordine in ca- mera: Ah, che bambino al- legro!

Aveva ragione la signorina Abigaille. Non annunzia le sue visite: Non fa cerimonie, nemmeno quan- do entra nelle camere da letto delle signorine.

Il mio cuore è sossopra. Ma che pazzo' Che pazzo! Non so neppure come sia entrato. Certo è en- trato, ha aperto la porta. Me lo son visto allo specchio e ho gettato un urlo che la senorita Ramoncita avrà udito certamente nel suo spo- gliatoio. Poi mi sono alzata coi capelli sulle spalle, e non so che cosa ho fatto.

So che cosa ha fatto lui. Ha rovesciato due sedie, ha rotto due fiale sul piano di cristallo della toilette. È balzato sul letto. Ha spai so sul letto un pugno di pulviscolo di rose. È saltato sul davanzale. Mi ha riso in faccia. Mi ha na- scosto i pettini. Ha rovesciato un'altra sedia. Ha riso in faccia a Venere ch'esce dalla spuma del mare.

Ha scoccato una freccia contro un amoriuo d'oro del mio baldacchino. È un clima strano, semipre uguale. Un clima dolce, tepido, che non somiglia al clima di nessun paese del mondo.

Pare anch'esso artificiale, pare un 76 clima di serra. Ho chiesto a varie signorine, a costo di sembrare curiosa, se hanno mai visto nevicare nell'isola. Si son messe a ridere. Ho chiesto se hanno mai visto nell'isola un piccolo temporale, con un po' di grandine, qual- che tuono, qualche zig-zag di saetta.

Mi hanno guardato in faccia come se io fossi impazzita. E allora ho chie- sto timidamente se hanno visto, almeno, piovere nell'isola. La mia povera mamma prima di morire mi diede quella corona del rosario, d'argento, che le fu benedetta da S. Leone XIII nell'anno santo. Era anche per me una reliquia. L'ho qui nella mia borsetta. Vorrei rivederla; ma non oso tirarla fuori, povera corona del rosario. È proibito portare queste cose nel- l'Istituto! Io non voglio trasgredire il regolamento.

Io sono venuta qui anche per obbedire. Non ho sem- pre obbedito nella mia vita? Ho obbedito prima ai miei genitori, poi a mia sorella, poi al ma- rito di mia sorella, ai miei nipoti, ai miei pa- renti, agli amici di famiglia, ai conoscenti, per- 77 fino a degli ignoti. Perchè non dovrei obbedire a Miss Mowrer? Devo obbedire a Miss Mo- wrer. Ho notato che le signorine parlano delle frutta del giardino con molta indifferenza, e non ne colgono mai. Quando si è gio- vani — giovani veramente — con qual gioia si coglie un frutto, magari si ruba!

Io ho l'acquolina in bocca talvolta, come se fossi giovane davvero. Stamattina, unica forse di tutte le signo- rine dell'Istituto, ho tentato di cogliere una pesca. Ma sono stata punita. Non ci son pesche il 6 di maggio. Quella che volevo cogliere io era una pesca di stoffa. Pareva vera sul ramo; ma era una pesca di stoffa. Dov'è la signora direttrice? Dov'è il suo appartamento? Io avevo sperato che ella stesse quasi sempre fra noi come una mam- ma.

Avevo sperato ch'ella pranzasse con noi in refettorio, ch'ella tenesse circolo, che accogliesse volentieri i complimenti rispettosi dei cavalieri — T8 — e le attenzioni delle sue figliuole. Avevo creduto ch'ella volesse proteggere con la sua alta auto- rità ora runa ora l'altra coppia, e desse ammo- nimenti e consigli, e facesse anche scherzosi rimproveri. Non si sa dove sia, non si sa che ci sia.

Noi vediamo eseguiti macchinalmente tutti i suoi ordini; ma non dob- biamo veder lei che li impartisce, questi ordini, con una esattezza impressionante. Par quasi che ella non apparisca più alle signorine perchè esse la vedano sempre nell'atto in cui, lievemente chinandosi, ella fece con dolcissima voce il dol- cissimo augurio: Non ci rimane che la sua voce e il suo augurio, qui, qui, proprio nel cuore. In- fatti, siamo tutte felici. Anche i cavalieri sono felici.

Dio, Dio, ma qual è il vero e qual è il falso nel- l'isola? Md guardo intorno, e non capisco. La te- sta mi gira. Sono vere quelle magnolie? Sono veri quei mazzi d'oleandri? Son veri quei bottoncini di gaggia? Son veri quei grappoli di glicine?

È vero questo profumo di rose? È vero questo profumo di gardenie? Son vere queste bacche di alloro? Guardo in alto, e mi domanda: Oggi finalmente ha piovuto. Piove ancora men- tre scrivo. Guardo quelle goccioline di pioggia profumata dietro i vetri della finestra e mi sem- brano dei petali di fiori quasi trasparenti.

Oggi è la vera festa dei giardini. Tutti i giar- dini sono felici; e la felicità della piccola piog- gia è entrata nella villa e nei cuori come nei ca- lici dei fiori, nell'erbe e nelle fronde. Tutte le signorine guardano dalla finestra. L'isola è av- volta in un sogno di nebbia azzurra. Stelle fi- lanti di pioggia, tutte d'un colore, tutte d'argento, l'avvolgono e la innalzano dolcemente entro il vapore del sogno. Gli uccelli tacciono, forse per- chè noi sentiamo solamente la musica della piog- gia.

È una musica che fa piangere. Ho tanta vo- glia di piangere! Penso a mia madre che nei giorni di pioggia lasciava aperto il libro di pre- ghiere sulle ginocchia e chiudeva gli occhi. Io ho voglia di piangere inginocchiata dinanzi a mia madre, col viso sul libro di preghiere, mentre questa lontana musica d'arpe e di fiori continua e persiste. Ma penso anche a Cupido. Dov'è Cupido in questo momento? Dove si è riparato il piccolo bimbo nudo? Non si sarà ba- gnato, povero uccellino senza piume?

Stamattina la signorina Zobeide mi spiegava che si possono ottenere benissimo dei magnifici garofani olezzanti senza aver la briga di coglierli sulla pianta. Perfetti, non è vero? Manca solo una cosa, una grande cosa: Ed ecco qua una finissima essenza di garofano di Guerlin.

Basta una goccia di questa finissima essenza per pro- fumare tutto un garofano. E la signorina Zobeide si mette il suo mazzo di garofani alla cintura. Non vai la pena di coglierli sulla pianta, i garofani. Questi son più profu- mati, a dispetto della natura. Le signorine mi avevan detto ch'egli non fa più di una visita al mese ad ogni signorina, e qual- che volta due ogni tre mesi.

Ma da me dopo una settimana è tornato! Ch'io debbo essere ad ogni costo felice? Questa volta ero a letto. Egli è en- trato piano piano nella stanza, s'è appressato al mio letto rattenendo il respiro, ha tirato il len- zuolo. Poi ha riso, ed è corso ad aprire la finestra.

Cupido che sveglia una si- gnorina, che fa la luce in camera, che le augura il buon giorno con una risata Questa volta è stato buono. Non ha rovesciato sedie, non ha rotto fialette, non ha nascosto pet- tini, non ha scoccato frecce contro il fratellino d'oro, non ha riso in faccia né a me né a sua ma- dre. Allora io Fho pregato di accostarsi ancora al mio letto, per dargli un bacio. Non ricordavo che il regolamento proibisce il bacio. Egli me l'ha ri- cordato facendo una piroetta e lasciandomi in asso.

Non hanno una molla che li fa scattare? Non son nascosti nei boschetti, nei giardini, nei chioschi dei giardinieri che imitano coi varii fischietti le varie voci degli uccelli?

Le cose vere, per essere belle, debbono as- solutamente parer false. Ma guardate un po' che cose strane, che cose assurde si pensano qua! Questa mattina ho gettato nel lago la mia bor- setta di velluto. C'era dentro la corona del ro- sario della povera mamma. Basta, basta; non voglio discutere più sul vero e sul falso. Tutto è vero e tutto è falso. Tutte le cose son come gli occhi le vedono; e se le vedon belle son belle, anche se son di seta invece d'es- sere di petalo. Voglio guarire di questa malsana cu- riosità che ho portato meco dal mondo, con qual- che malinconia e con qualche pregiudizio.

La sefiorita Ramoncita che chiede un patio alla si- gnora direttrice merita assai più di me di ap- partenere all'Istituto. Ma bisogna cercare, bisogna cercare. Mi son portato un grappolo d'uva in camera, di nascosto. Non mi sazio di guardarla. È più fresca e più bella del- Taltra uva, di quella che si pilucca; e non mi fa meraviglia: Le signorine hanno ragione di trovar naturali questi felicissimi trucchi del giardiniere.

L'isola non è un so. Non ci è dato sapere notizie più dettagliate di ciascuna ospite di Villa Mowrer. E che pensare di quella povera signo- rina Remigia di cui si sa appena il nome? Certo sarebbe in- teressante sapere il dramma di ciascuna signo- rina, che avrà avuto il suo epilogo fra i ven- ticinque e i trentanni; e il dramma dell'ultima venuta, che è un po' più recente. Si sa che la signorina Giulietta ha amato sul serio, e cioè una volta sola, a vent'anni, e ch'è stata lei a spezzare coraggiosamente il vincolo che doveva unirla per tutta la vita all'uomo prescelto.

Fu colpa di lui? La signorina Giulietta li vide dietro una siepe di rose, e non pianse, né svenne; ma si decise a rinunziare per sempre al suo adorato Alessandro e alla sua cara Nennè. Ora, poiché questo Alessandro è lontano e non si sa dove sia e non si è mai saputo dove fosse in tanti anni, la signorina è tranquilla, la signo- rina è contenta del suo cavaliere. Il suo cuore, che è ancora abbastanza giovane, non ha mag- giori pretese. La sua dichiarazione d'amore era stata breve, ma commoventissima: Ella aveva dimenticato tutte le belle parole ch'egli le aveva detto dopo, quando si era seduto vicino a lei, sul divano, parole certamente molto ele- ganti, molto carezzevoli, ma non aveva dimen- ticato quelle tre ch'erano state le prime: Per la prima volta dopo ven- tanni, ella ascoltava la voce d'un uomo che par- lava a lei da solo a sola: Era una dichiarazione d'amore in piena regola.

La signorina Giulietta aveva subito chi- nato il capo, accettando. Ora la voce del cava- 85 liere le era già meno cara, era una voce che di- ceva dei versi: Che versi eran questi? La signorina li aveva negli orecchi da cinque o sei giorni e avrebbe voluto mandarli via per sempre con un piccolo gesto, come il ricordo e il fan- tasma di Alessandro. Il suo cavaliere era un conte decaduto. I versi che recitava non erano suoi, erano del Prati, erano i più dolci versi del Prati; egli li recitava deliziosamente, socchiudendo un po' gli occhi.

L'idea ma- linconica del sepolcro gli fioriva ad ogni mo- mento nell'anima; nei suoi libri sono insieme vagheggiati la morte e l'amore. Non le pare, si- gnorina? In fondo, la poesia del Prati era un pretesto per intavolare un discorso tenero.

Poi il colloquio si faceva più intimo, poi né il conte né la signo- rina parlavano più. Il conte pren- deva una mano della signorina e la teneva fra le sue, parendogli un po' fredda. In quel punto un piccolo bacio del conte avrebbe potuto, di- — 86 — remmo quasi, innocentemente posarsi sul ricciolo della tempia o dell'orecchio di lei; ma il bacio non era permesso. Il regolamento dell' Istituto proibiva il bacio. Il regolamento lo perm. Ma si sta bene anche qui. Il regolamento lo permette.

Si sta bene anche qui. Ella era stata troppo abituata a vivere sola, a non parlare con uomini, a credere che nessun uomo avrebbe voluto avvicinarsi a lei, farle even- tualmente una gentilezza, per non essere un poco ritrosa. A differenza delle altre signorine che, pur essendo timide, secondavano subito i loro ca- valieri con un sorriso perfino malizioso, la si- gnorina Giulietta era timida come a vent'anni.

Talvolta pareva si vergognasse d'intrattenersi in intimo colloquio col suo cavaliere quando la si- gnorina Brigida o la signorina Ippolita o Miss Bessie la guardavano distrattamente in un salot- tino o nelVhall. Pensava allora che non avrebbe potuto sostenere in quel momento lo sguardo della direttrice, della buona signora che le aveva augu- rato la felicità quale, quale felicità? Ella avrebbe invitato il suo cavaliere nel suo salottino particolare per isfuggire gli sguardi delle compagne e la sua stessa timidità, ma an- cora non osava.

Nemmeno osava uscire nel parco 87 con lui. Poi si decise, si vinse. Girare nelle strade dell'isola! Il primo a cantare l'ora è il frin- guello, dall'una e trenta alle due. Ella sorrideva infantilmente di quei giuoco di uccelli.

Non c'è un filo d'erba, una pietruzza, un sassolino fuori di posto. Ba- sterebbe un colpo di vento. Fortunatamente nel- l'isola non tira vento. Noi abbiamo qua il più dolce clima del mondo.

È impossibile chiedere — 88 — alla nostra dama, nemmeno per cortesia: Egli le camminava al fianco chinandosi legger- mente verso la spalla di lei, sorridendole, guar- dandola tratto tratto negli occhi, chiedendole di ammirar quelle cose belle, quei frutti, quelle rocce, quegli alberi, quella natura meticolosa e oleografica che pareva imitata dal vero, imitata alla perfezione, fiorellino per fiorellino.

Nelle infinite gabbie e gabbiette, di tutti i colori, di tutte le fogge, tutte appese ai rami degli alberi, gli uccellini policromi saltavano e cantavano ama- bilmente. Poiché tutti gli sportelli erano aperti, gli uccellini uscivano a prendere aria, a fare una volata, a rivedere l'argentea calma del lago, a sfrascar nelle chiome degli alberi e nelle siepi na- scoste nelle fratte per burla; poi ritornavano den- tro le gabbiette oscillanti e si chiamavano e si rispondevano dalle gabbiette per dirsi ch'erano in casa.

Gli uccellini come si comportano bene! Quanti versi mi vengono a mente! Se fosse qui la povera Armede! Non si possono dir versi qui. Eu- terpe ci ascolta. Forse è un'illusione mia. Quando passo di qui mi par di udire un dolce, un dolcissimo suono di flauto Guardi, signorina, una freccia!

S'è conficcata in quel tronco! Oh, non gli ha fatto male! Egli s'era nascosto dietro una delle colonne doriche del teatro. Il piccolo bimbo nudo continuava a ridere bal- lando intorno al conte e alla signorina Giulietta. Fa il buon bambino. La signorina vuol sentire la tua voce. Gli faccia qualche domanda, signo- rina.

E il piccolo bimbo nudo guardava la cop- pia seduta ridendo, come per beffarla. E che fai qua solo? La tua mamma non ti cerca?

Come si chiama la tua mamma? Come si chiama il tuo babbo? Ne avrai certo uno Come si chiama il tuo fratellino? La signorina si volse a guardare, interrogando, il cavaliere. Non lo sapeva, signorina? Eros è la personificazione dell'amore, Anteros è la personificazione dell'essere amato.

Non sapeva queste cose, signorina? Cupido non c'era più. Lo zelo del cavaliere faceva talvolta sorridere Giulietta. Egli sosteneva la sua parte a meravi- 91 glia, ma troppo spesso egli faceva vedere di so- stenere una parte. Miss Mowrer avrebbe quasi certamente desiderato una maggior naturalezza. Tuttavia la signorina Giulietta era contenta di lui, come ogni signorina era contenta del suo ca- valiere.

Tutte, nessuna esclusa, erano troppo in- telligenti per pretendere maggior impeto da parte degli uomini, per pretendere magari che questi venissero meno, tratto tratto, al regolamento. Il regolamento era una cosa sacra.

Anche su questo le signorine erano tutte d'accordo. Infine doveva esser piacevole per ognuna d'esse poter parlare liberam.

La signorina Giulietta, che aveva suscitato da prima una certa diffidenza per la sua semplice grazia e per il suo nome giovanile, fu ben presto giudicata perfetta dalle sue compagne. A tutte disse una parola gentile, poi si chiuse nel con- sueto riserbo. Insomma, dopo una settimana, la signorina Giulietta non aveva al- zato gli occhi che su cinque o sei cavalieri. Un giorno ella ed il conte erano nelVhall, in- solitamente affollato.

Il conte diceva in quel mo- mento che il Prati fu sempre tormentato dal de- siderio acutissimo di vivere nella ricordanza dei — 92 — posteri, e specialmente dei posteri amanti. Miss Bessie appoggiava la testa sulla parete di vetro e guardava il suo cavaliere che le sedeva di fac- cia con i suoi occhi morti, senza parlare. La si- gnorina Ermelinda, la tisica, appoggiava stanca- mente i gomiti su un tavolinetto di vimini te- nendosi la testa fra le mani; e il suo cavaliere le mormorava dolci parole che la consolavano.

La signorina Ippolita, dopo essersi fatta molto pre- gare, aveva lasciato la mano ossuta al suo cava- liere che dolcemente la blandiva. Il conte s'avvide del turbamento di lei e le chiese se aveva bisogno d'un bicchierino di ro- solio di Portogallo. Ella aveva riconosciuto Alessandro, l'uomo di vent'anni prima.

Anche lui aveva voluto approdare alla verde isoletta! Ma perchè, perchè ella doveva incontrarlo dopo vent'anni, e in un luogo simile? Non aveva dunque preso moglie — 93 — Alessandro? Non era stato felice Alessandro? Permetta, conte, ch'io mi ritiri. Quando la signorina Giulietta e la senorita Ra- moncita s'incontravano nel corridoio sul quale davano i loro appartamentini, si sorridevano gra- ziosamente.

La senorita Ramoncita portava qualche volta su le spalle bel- lissimi scialli ricamati a colori, ricamati d"oro e d'argento, con lunghe frange di seta che tocca- vano terra. In camera si vestiva e si pettinava alla maniera andalusa, e si metteva un fiore rosso fra le chiome. Se non avesse avuto un volto precocemente invecchiato, con molte rughe, con due segni violacei sotto gli occhi profondi, sarebbe stata una bella senorita.

Certo ella era diversissima da tutte le altre si- gnorine, dalla francese, dalla inglese soprattutto; e poteva forse destare ancora un capriccio. Chi era il suo cavaliere? Ella non sapeva se Alessandro aveva scelto lui la spagnuola o se gliela aveva data il destino; ma sentiva che, fra tutte le signorine dell'Istituto, quella sola era degna di lui.

Le pareva perfino che Alessandro si sarebbe rifiutato di far la corte a damigelle come la signorina Ermanzia e la signorina Clotilde e avrebbe fatto istanza alla direttrice per aver Ra- moncita, togliendola a un altro cavaliere.

Le pa- reva, insomma, che Alessandro e Ramoncita si amassero davvero e che l'ardente spagnuola s'av- volgesse per lui ne' suoi scialli trapunti d'oro e d'argento e si mettesse per lui fra i capelli il bel fiore di Carmen, il garofano fiammante.

Ella faceva certamente queste piccole pazzie nell'inti- mità del suo salottino dove forse cantava e bal- lava qualche seguidilla facendo scoppiettare le nàcchere, per passare il tempo.

Qualche volta ella usciva circospetta nel corridoio, con scialle, garo- fano e nàcchere. La signorina Giulietta la vedeva. E la testina è molto gra- ziosa! Come dev'esser bella la Spagna! La sefiorita Ramoncita guardava la signorina Giulietta negli occhi, furbescamente. Non c'è luogo più bello dell'isola! Non c'è luogo più bello del- l'isola. Faceva un segno graziosissimo di saluto con la testa, un sorriso, un buenos dias, e si ritirava.

La signorina Giulietta, meravigliata, restava qual- che minuto a contemplare la porta chiusa della sua vicina. Molto doveva piacergli quel sorriso d'andalusa, quegli occhi ardenti, quei capelli nerissimi, e per- fino quegli scialli e quel garofano. Egli non lo invitava a prendere il the qualche volta? Il re- golamento lo permetteva. E allora, dopo aver sorbito il the, con molti pasticcini e biscotti, la spagnuola danzava in onore del suo cavaliere, faceva scoppiettare le nàcchere, cantava la ro- manza sentimentale Con sentimiento profundo, pizzicava la chitarra come quando era nel suo patio a Siviglia.

E Alessandro la guardava, l'a- scoltava, l'ammirava, l'amava la bella figlia del- m l'Andalusia venuta a scegliersi Tinnamorato nel- l'isola di Miss Mowrer, nel più bel paese del mondo!

E la senorita lo amava, lo divorava con gli occhi il bell'italiano venuto ad alimentare la sua fiamma d'amore nell'isola di Miss Mowrer, nel più bel paese del mondo! Anche te- meva di dover parlare, un giorno o l'altro, con lui. Egli l'aveva già guardata due o tre volte; le aveva anche sorriso per dirle che la ricono- sceva.

Certo, un giorno egli avrebbe approfittato dell'assenza del conte per avvicinarsi a lei, per darle la mano, salutarla, parlarle. Il regolamento lo permetteva.

Lo avrebbe guardato negli oc- chi? Egli era ancora un bel- l'uomo, aveva gli occhi scrutatori di un tempo, il petto largo, la persona agile e diritta. Era troppo poco cambiato. Si capiva ch'egli doveva farsi un'accuratissima toilette. Ella saprà che il signor conte Le avrà detto che il Prati è un grande poeta. Le avrà recitato la storia della povera Armede: Venendo nell'isola egli ha imparato a memoria tutti i versi del Prati. Io ho un altro sistema. Ella tremava sempre, egli abbassava la voce.

Parleremo con tutta l'intimità che il regolamento ci permette. Co- nosco il regolamento. Con me non ha nulla da temere! Venivano altre signorine e cavalieri. Guardava nel suo cuore, interrogava arditamente sé stessa. Quell'uomo le aveva rubato la calma, l'aveva fatta rivivere per un quarto d'ora nel mondo.

E il cavaliere, quel piccolo conte ma- nierato e antiquato, mandato a lei dal destino o da Miss Mowrer, non le piaceva già più. Tanto valeva ritornare nel mondo! Pure non avrebbe dato tutte queste nuove sen- sazioni, preoccupazioni e sofferenze per tutti i ver- si del Prati.

Ella avrebbe potuto chiedere consiglio allo spirito di Miss Mowrer nel chioschetto fune- rario; avrebbe potuto allontanare da sé, con un gesto, colui che aveva baciato sulla bocca l'amica Nennè. Non fece nulla di tutto questo: E, come nella vita, attese lui.

Ma sul tavolinetto non c'eran né le chicchere, né la zuccheriera, né le salviette, né tanto meno la theiera fumante. Quel motivo di piccoli cuori trafitti è, senza dubbio, originale ed elegante. Il ratto di Europa, mi pare. Quel toro, signorina, è Giove stesso che si è tramutato in toro per rapire la regale don- zella. Ora che l'ha sulla groppa, si tufferà nel- l'acqua e porterà la sua preda all'isola di Cipro.

Vedo che non mancano le Veneri. Bellissimi nudi di donna! Ah, questo minuscolo scrittoio di mo- gano incrostato di madreperla! Anche qui cuori trafitti, amorini. La nostra direttricer, che ha il grande merito di non farsi vedere mai, è certamente una donna di gusto. Non le pare, signorina? La signorina Giulietta, ritta in mezzo alla stan- za, non si muoveva. È una donna che stimo altamente. È un'aristocratica, una dama. Ma Alessandro aveva sulle labbra un fine, ironico sorriso.

Egli fece un passo verso la signorina, che retroce- dette. Son venuto a rivedere Giulietta. Quante volte ho pen- sato a te nella mia triste esistenza! Quante volte ho pensato che avremmo potuto essere felici! Uno donna, una sola donna io ho amato veramente nella vita: Nelle ore tristi io ho chia- mato Giulietta.

Quanto più io ero lontano dalla nostra città, tanto più ho sentito il bisogno della bontà di Giulietta. Mille volte io mi son chiesto perchè ho perduto Giulietta. Perchè ho perduto Giulietta?

Quell'atto parve volgarissimo a lei ch'era ormai avvezza a veder degli uomini fin troppo corretti, manierati e galanti.

Alessandro non parlava, non — — gestiva più come un ospite dell'Hotel des Cava- liers Servenls, non aveva più l'aspetto sorridente degli abitatori dell'isola del lago di X, era un uomo come tutti gli altri, era Alessandro. Quei movimenti bruschi, quelle parole ironiche, quelle occhiate imperiose rivelavano in lui l'uomo ap- passionato e istintivo che non s'è né mutato né calmato a cinquantanni.

Certo, egli rideva in cuor suo delle signorine, dell'Istituto, del regola- mento, di Miss Mowrer, della direttrice, della sua stessa dama, di tutto. La signorina Giulietta tremava davanti al sacrilego. Ma che colombella spaurita! Non un passo ancora! Voglio sentire come ti batte il cuore. Perchè farlo soffrire tanto questo povero cuoricino?

Come batte, come batte! Egli l'attira a sé, le allaccia la vita col brac- cio; ella si divincola in tempo. E lei ha accettato il regolamento dell'Istituto! Lei vive nella nostra isola, ha la stima della nostra direttrice, ha la confidenza — — della sua signorina! Davvero tu la prendi sul serio questa commedia?

Non è una commedia? Ti prego, fa portare il the. Istintivamente ella premè il bottone del cam- panello elettrico: Io non ho i meriti del signor conte Vorrei sapere tutti i madrigali del signor conte Non è vero, signorina? Non le piace la crema, signorina? E die in uno scoppio di risa che fece tremare la fragile stanza. Forse Miss Mowrer aveva dato troppa libertà ai cavalieri, troppa libertà alle signorine.

Il re- golamento dell'Istituto era perfetto per una donna che aveva il talento e la mentalità americana di Miss Mowrer, non per una piccola italiana come la signorina Giulietta che aveva, a quarantatre anni, tutte le ansie e le trepidazioni d'una fan- ciulla.

Avrebbe voluto anche, la signorina Giulietta, che i cavalieri non potessero intrattenersi con tutte le signorine e che ognuno s'accontentasse di parlare, di sorridere, di far la corte a una sola. Vagheggiava mentalmente al- cune modificazioni da introdurre nel regolamento; ma non ne faceva parola con nessuno perchè ca- piva che nessuno avrebbe potuto accettarle e nemmeno discuterle senza far torto a Miss Mo- wrer, giudicata infallibile.

Allora ella si riprometteva di sfuggire delibe- ratamente il cavaliere della signorina Ramoncita. Il caso di una signorina che volesse sfuggire un cavaliere non era contemplato: Parve alla signorina Giulietta di essere abba- stanza forte per sostenere una lotta che nessuna ospite di villa Mowrer aveva mai conosciuta: I lunghi colloqui col suo cavaliere non le davano nessuna gioia, i discorsi di lui l'annoiavano, le gentilezze di lui le parevano esagerate e ridicole.

Egli aveva il torto di ripetere troppe volte le stesse cose. Era difficile illudersi con lui, cre- dere di essere amata sul serio! Tal- volta, la notte, s'alzava d'improvviso dal letto, girava l'interruttore elettrico per far sbocciare il fiore di luce sul piano del comodino, afferrava una vestaglia, se la gettava su le spalle e correva alla finestra, apriva i vetri e le imposte perchè la freschezza dell'aria le sfiorasse il viso che ar- deva. Le notti dell'isola erano sempre stellate.

Il cielo rideva col riso di milioni di stelle sugli al- beri addormentati, sui chioschetti, sulle pagode, sugli chàlets silenziosi, sulle acque del lago eter- namente tranquille. Nessuna signorina, nessun cavaliere era desto a quell'ora: Nem- meno le serenate, tanto care agli amanti, erano permesse: Tanto le signorine come i cavalieri dove- vano riposare tranquilli, dormire preferibilmente un sonno senza sogni perchè il sogno migliore, il sogno vero doveva essere sognato, anzi vissuto, durante il giorno nei salottini, nel parco, nel- Vhall.

La signorina Giulietta, guardava il cielo, le om- bre degli alberi, la natura addormentata, e sof- friva. Nemmeno gli usignuoli cantavano. Per chi avrebbero dovuto cantar gli usignuoli?

La luna non c'era. Per chi avrebbe dovuto splender la luna? I fiori s'eran chiusi nei loro petali. Per chi avrebbero odorato i fiori? L'isola si faceva quasi fosca, tutta macchie d'alberi neri come cipressi: La signorina Giulietta soffriva. Ecco, ecco, si muovevan degli alberi, delle fronde laggiù; qual- cuno si avanzava circospetto, qualcuno trasgre- diva ancora una volta il regolamento, qualcuno alzava gli occhi alla finestra illuminata.

Era lui, era Alessandro. Che voleva Alessandro a quel- l'ora? Perchè la chiamava Alessandro? Vada, vada, per carità; ritorni dlV Hotel des Cavaliers Servantsl Pensi che io ho accettato la corte del signor conte. Alessan- dro sarebbe venuto domani alla villa dove lo aspettava la sua signorina, la signorina Ramon- cita.

Alessandro avrebbe sorriso domani alla si- gnorina Ramoncita. Non avrebbe sor- riso, baldanzosamente, ironicamente, anche a lei? Quell'uomo, che non è nem- meno il mio cavaliere, mi fa troppo soffrire.

Bi- sogna ch'io parli a qualcuno, ch'io chieda consi- glio a qualcuno. Ma a chi, a chi debbo chiedere consiglio? Qua non c'è nemmeno un confessore; Miss Mowrer era protestante.

A chi chiedere con- siglio? Ma alla direttrice, alla nostra cara di- rettrice! La direttrice è il nostro confessore, la nostra guida spirituale, colei che rappresenta Miss Mowrer alla villa. E sarà la mia salvatrice! S'ella vorrà punirmi, mi punirà. Son pronta a tutto.

La direttrice abitava un appartamento sontuoso che la maggior parte delle signorine non aveva mai visto. Infatti raramente le signorine chie- devano udienza alla direttrice o eran chiamate in direzione. C'eran delle signorine che dopo aver ricevuto l'augurio di prammatica: Ella aveva ormai settant'anni, e vestiva di nero.

Una cuffietta di velo nero, un po' monacale, co- priva in parte le sue ciocche bianche che facevan vie pili risaltare le sopracciglia nerissime e le pu- pille, anche nerissime, de' suoi occhi brillanti. La sua stessa voce era una voce di giovinezza, una di quelle voci melodiose che fanno pensare ai bei mattini pri- maverili con canti d'acque e d'uccelli. C'erano sul volto di quella settantenne, confusi bizzar- ramenti, i segni della vecchiezza che lima, di- strugge, divora, che fa d'un volto umano una ma- — — schera orrenda, e i segni della giovinezza immor- tale.

Si sapeva ben poco di lei.

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